Editoriale. Il senso della festa: «A mogghj a mogghj a quonn ce ven»

Siamo davvero sicuri che questa Bruna ci abbia lasciato migliori di come ci ha trovati?
Processione nei Sassi di Matera per l’Ottava della Bruna (05/07/2026)

È calato il sipario anche sull’edizione 2026 della Festa della Bruna. Nelle orecchie risuonano ancora i botti, negli occhi brillano i colori vividi delle luminarie e nella memoria resta impressa l’immagine del carro trionfale — bellissima opera teologica per immagini firmata per la terza volta da Francesca Cascione — assaltato quest’anno nel mezzo di Piazza Vittorio Veneto. Il «capodanno dei materani» ha segnato un altro record storico: oltre centomila presenze tra la processione dei pastori all’alba e lo «strazzo» finale, richiamando fedeli, turisti e visitatori da ogni dove, come ha orgogliosamente evidenziato il presidente dell’Associazione Maria SS. della Bruna, Bruno Caiella.

Un successo indiscutibile di numeri. Ma a essere particolarmente apprezzata dal popolo materano è stata la processione dell’Ottava, per i Sassi: un momento di autentica preghiera vissuto nel fresco della sera, nell’alveo della Matera di un tempo dove la fede era davvero la pietra angolare della vita quotidiana.

«A mogghj a mogghj»: l’auspicio di una conversione continua

La domanda che deve tormentarci — e che deve scavare sotto la superficie — è però un’altra: cosa rimane nei nostri cuori quando le luci si spengono?

Il noto adagio popolare che accompagna da sempre questa ricorrenza recita: «A mogghj a mogghj a quonn ce ven» («Di meglio in meglio ogni volta che viene»). Ma siamo davvero sicuri che questa Bruna ci lasci migliori di come ci ha trovati?

È la provocazione quasi scomoda lanciata dal nostro arcivescovo Benoni nel suo discorso in Piazza Vittorio Veneto, proprio durante la processione dell’Ottava dei Sassi. Il senso profondo della festa risiede infatti nella carità, nella maturazione spirituale e nell’incarnazione dei valori evangelici; in particolare, di quelli testimoniati dal santo che festeggiamo.

Eppure, proprio nei giorni caldi della festa e in quelli successivi, troppi materani hanno preferito perdere tempo nel labirinto di polemiche sterili sull’organizzazione della festa in questi ultimi anni. Chiacchiere e mormorii che intristiscono chi li pronuncia, chi li riceve e, in definitiva, l’intero tessuto locale.

Cosa c’è di più bello e profondamente pastorale che far ballare un popolo sotto una magnifica galleria di luci, offrendo una carezza di gioia anche a chi è lontano dalla fede? Cosa c’è di più efficace che far risuonare la Parola di Dio e la riflessione del Vescovo tra canzoni laiche e davanti a una moltitudine in festa, com’è avvenuto la sera del 29 giugno in una gremitissima Piazza Vittorio Veneto? Non uno svilimento, ma di un modo alternativo e coraggioso di farsi prossimi a un mondo spesso indifferente.

Alla vigilia di due ordinazioni

Mentre si smontano le impalcature della Bruna, si apre il sipario sulla festa di San Giacomo, un evento di fede, comunità e cultura che è nato nella parrocchia di San Giacomo con il nuovo parroco, don Marco Di Lucca. E che incarna l’immagine di quella «Chiesa in uscita» tanto desiderata da Papa Francesco, vissuta concretamente tra le strade e i cortili delle case parrocchiali dove si sta celebrando in questi giorni densi del novenario reso possibile grazie alla presenza di un fattivo comitato festa. Quest’anno, la novena è stata preceduta da un evento più unico che raro: la visita storica dell’Arcivescovo di Santiago de Compostela, Mons. Francisco José Prieto Fernández, che ha donato alla nostra comunità le sacre reliquie della sepoltura dell’Apostolo.

Seminario su San Giacomo (Parrocchia San Giacomo, Matera, 12/07/2026). Da sinistra nella foto: prof. N. Montesano, prof. Milena Ferrandina, don Marco Di Lucca, mons. Benoni Ambarus, mons. Francisco José Prieto Fernández, mons. José Andrés Fernández Farto

La nostra comunità diocesana gioisce e vibra anche per la fioritura di nuove vocazioni: l’ordinazione diaconale del giovane Roberto Andrisani il prossimo 24 luglio, che proprio ieri ha professato la sua pubblica declaratio di fede, impegnandosi alla preghiera liturgica quotidiana delle “ore”, al celibato e all’obbedienza, insieme al diacono Domenico Pepe, che verrà ordinato, invece, presbitero il prossimo 8 agosto nella Cattedrale di Matera.

I due candidati al presbiterato, diac. Domenico Pepe, e al diaconato, acc. Roberto Andrisani

Questi i segni di una Chiesa viva, che pulsa anche nei nostri Grest estivi, pienamente attivi in una quindicina delle 53 parrocchie della Diocesi. Migliaia di ragazzi riscoprono qui il valore delle relazioni reali, staccandosi dagli schermi digitali per abbracciare l’esperienza dell’incontro e sperimentare la bellezza di una Chiesa che apre loro le porte. Tanti bambini e giovani educatori, sottratti alla solitudine della stanza, sperimentano la bellezza del dono gratuito attraverso il tempo che offrono agli altri.

Lo scandalo della divisione

Non possiamo tuttavia chiudere gli occhi di fronte al dramma della divisione, lo scandalo supremo che minaccia la Chiesa di Dio. Eppure, proprio l’unità è la prima caratteristica che rende riconoscibile Cristo nel mondo:

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.»

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,20-21)

E, invece, il 1° luglio scorso si è consumato un nuovo, doloroso scisma a Écône, in Svizzera. La Fraternità Sacerdotale San Pio X (i lefebvriani) — il gruppo tradizionalista fondato nel 1970 dall’arcivescovo Lefebvre come reazione alla riforma liturgica e alle aperture del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa — ha ordinato quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, incorrendo nell’immediata scomunica latae sententiae decretata dal Dicastero per la Dottrina della Fede.

La “pezza giuridica” apposta l’11 luglio con la presentazione di un ricorso preliminare volto a sospendere temporaneamente l’efficacia del decreto non cancella la gravità di uno strappo consumato in nome di un presunto «stato di necessità». Il rifiuto del Concilio Vaticano II e della comunione filiale con il successore di Pietro rimane una ferita aperta che sanguina sul corpo mistico di Cristo.

E questa vicenda non è una lontana disputa burocratica d’oltralpe. È un richiamo che interroga direttamente anche noi, qui a Matera: come custodiamo l’unità nelle nostre parrocchie e nella nostra comunità ecclesiale locale? Curiamo davvero la comunione o preferiamo alimentare il pettegolezzo divisivo?

Che la Vergine della Bruna ci aiuti a camminare autenticamente insieme, affinché il nostro «meglio» non sia solo un auspicio folcloristico passeggero, ma una quotidiana, faticosa e bellissima conversione all’unità e alla carità fattiva.

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