Ampio spazio vogliamo dedicare al tema del lavoro, con un’analisi sulle cause strutturali della stagnazione salariale in Italia. Negli ultimi trent’anni, a fronte della crescita registrata in gran parte d’Europa, il nostro Paese ha visto stipendi fermi e in calo, complice la bassa produttività, la frammentazione del tessuto produttivo, i ritardi contrattuali e l’erosione del potere d’acquisto. Un quadro che mette in discussione la sostenibilità economica e sociale del futuro.
Informarsi è il primo atto per combattere la disuguaglianza.
Il rapporto di Oxfam 2026 “Nel Baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, sullo stato delle disuguaglianze economiche e sociali a livello globale e in Italia, ha rivelato che: “La ricchezza dei miliardari è aumentata a un ritmo tre volte superiore al tasso medio annuo registrato nei cinque anni precedenti”. Uno dei primi dati del rapporto evidenzia che nel 2025 i miliardari nel mondo sono diventati più di tremila, con una ricchezza netta di 18.300 miliardi di dollari, una somma mai vista nella storia.
Significativo quanto affermato sul rapporto di Oxfam 2026 da Mikhail Maslennikov, consigliere politico di Oxfam Italia, in un’intervista fatta da Elisa Campisi e pubblicata su Avvenire del 19 gennaio 2026: “La fotografia che restituiamo nell’analisi è quella di un sistema economico globale in cui si acuisce la distanza tra vincitori e vinti, a discapito delle tante promesse che ci sono state fatte e delle ricette politiche che avrebbero dovuto portare all’emancipazione economica collettiva”. Altro dato impressionante: “i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono 2.635 miliardi di dollari, superiore a quanto ha in totale la metà più povera dell’umanità, oltre 4,1 miliardi di persone che posseggono solo lo 0,52% della ricchezza mondiale, a fronte del 43,8% nelle mani dell’1% più ricco”.
Se tutto resterà invariato, il mondo presto vedrà il primo trilionario della storia e contemporaneamente l’obiettivo di eradicare la povertà estrema entro il 2030 resterà un miraggio” (Avvenire 19/1/2026). Il rapporto Oxfam ha voluto inoltre sottolineare come il quadro tracciato aumenti il potere e la forza dei ricchi sul sistema economico e in modo particolare sulle scelte politiche. Per quanto riguarda l’Italia, definita il “Paese delle fortune invertite”, il rapporto evidenzia le profonde iniquità sulla distribuzione in termini di ricchezza netta in cui il 10% più ricco delle famiglie detiene il 59,9% della ricchezza nazionale, rispetto al 52,1% di 15 anni fa. Mentre la metà più povera possiede appena il 7,4%, meno rispetto al 2010 che era all’8,5%. Il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera del nostro Paese, mentre il 5% più ricco è titolare di quasi la metà della ricchezza nazionale e in 15 anni hanno beneficiato di un incremento del 91%. Nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata, in termini reali, di 54,6 miliardi di euro, raggiungendo un valore complessivo di 307,5 miliardi, distribuiti nelle mani di 79 individui in totale.
Altro dato preoccupante: quasi due terzi della ricchezza dei miliardari italiani è ereditata e nei prossimi dieci anni si stima che passeranno di mano almeno 2.500 miliardi di euro, che avverrà con un prelievo esiguo sulla ricchezza trasferita che fa dell’Italia un paradiso fiscale per la successione. In tali condizioni si generano ancora di più smarrimento e malcontento, le persone sono più facilmente intercettate da forze politiche populiste ed estremiste di destra, e il sentimento di esclusione si traduce in un voto antisistema o nell’astensionismo.
E mentre oltre 2,2 milioni di famiglie sono in povertà assoluta, ricordiamo i vari rapporti della Caritas di questi anni; l’Oxfam indica alcuni punti che potrebbero ridare dignità alle persone, a partire, tra le altre cose, da uno reddito minimo fruibile fino a quando la condizione di bisogno persiste, politiche per l’abitare, il contrasto alla stagnazione salariale e alla precarietà attraverso un’azione incisiva contro il lavoro nero e l’introduzione del salario minimo.
A seguito di questa premessa sulle enormi disparità tra ricchi e poveri, tra ricchi e ceto medio e pensionati, utile per inquadrare la reale portata e gravità del problema, in questi giorni si è tornati, con vari approfondimenti (TV e Stampa), a parlare di lavoro. E’ stato giusto, perché il lavoro riguarda tutti. E’ qualcosa che tocca tutti nel profondo, perché non è solo quello che facciamo ma piuttosto il nostro modo di stare al mondo. Il lavoro però manca e chi ne paga il prezzo maggiore sono i giovani.
Papa Francesco, nella sua terza Enciclica Fratelli Tutti, scriveva: “Il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo” (FT 162).
Il lavoro conta, e conta tantissimo in ogni dimensione della vita. Perché dà dignità e le permette di mettere a frutto quello che siamo. E bisogna dirlo, quando non c’è il lavoro, qualcosa manca. Ma non basta che ci sia. Quando il lavoro c’è ma è fragile e precario, fa comunque fatica a sostenere la vita di un singolo o di una famiglia. Pertanto parlando di lavoro non si può fare a meno di pensare che questo deve essere il tempo delle scelte. Non si può andare avanti come se bastasse adattarsi e tenere insieme le cose. Perché quando il lavoro diventa insicuro e non permette di immaginare un futuro, un progetto di vita, prima o poi è la vita stessa a farne le spese.
Basta guardarsi intorno, leggere tutti i resoconti, i dibattiti parlamentari, ma soprattutto parlando con le persone che lavorano ma fanno fatica ad arrivare a fine mese, con le famiglie che si reggono su equilibri fragili, giovani che studiano e si chiedono che futuro li aspetta, perché il lavoro oggi non è più una certezza.
Per non parlare delle morti sul lavoro che nell’anno 2025 sono state 1.450. Sono circa 4 lavoratori deceduti ogni 24 ore (3,95) con un incremento del 2,8%. Mentre gli infortuni sul lavoro divulgati dall’Inail sempre nell’anno 2025, sono stati 597.510 con più 1,5% rispetto al 2024 (Osservatorio di Bologna curato da Carlo Soricelli). Per questo, il lavoro è una responsabilità che riguarda tutti e soprattutto chi governa, che ne porta la responsabilità maggiore.
Allora, una domanda resta aperta, che i cristiani non devono mai smettere di porsi: cosa possiamo fare di nuovo e di più? Perché ogni volta che il lavoro perde dignità, tutti noi perdiamo qualcosa. “Per favore, immischiatevi nella politica e date il meglio”! “Nessuno di noi può dire io non c’entro in questo, loro governano. No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il meglio perché loro agiscano bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso”, così ci parlava Papa Francesco. Invece, Papa Leone XIV, nel suo discorso inaugurale fatto al Collegio cardinalizio, diceva: «Oggi siamo davanti a una nuova Rerum novarum: rivoluzione digitale e intelligenza artificiale, disuguaglianze globali, fragilità delle democrazie, una crisi antropologica che tocca l’idea stessa di persona. Non bastano strumenti vecchi, né una presenza cristiana timida o difensiva: occorre una generazione capace di pensare e di agire dentro la storia, non ai margini».
Da tutto questo nessuno può restarne fuori. Certamente non si hanno tutte le risposte per la sua soluzione, ma se abbiamo a cuore la vita delle persone, di tutti noi, non possiamo disinteressarcene, ma auspicare che i problemi siano risolti da chi ha il potere di farlo.






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