L’aborto, quelle altalene vuote e i tormenti di Norma McCorvey

Negli USA la Suprema Corte rimette in discussione la storica sentenza Roe vs Wade

Una clamorosa fuga di notizie, negli Stati Uniti, ha rivelato l’intenzione della Suprema Corte di annullare la sentenza Roe vs Wade del 1973, una sentenza che fece epoca e che legalizzò l’aborto. Il pronunciamento dei giudici americani ebbe, allora, un effetto tanto dirompente da spingere molti altri paesi ad approvare simili leggi per l’interruzione volontaria della gravidanza.

La fuga di notizie è ritenuta, in America, un oltraggio gravissimo all’autorevolezza della Suprema Corte e questo, nel caso se ne accertino le responsabilità, potrà avere pesanti conseguenze penali. Ma, evidentemente, la notizia non è questa. Come non lo è il fatto che le riserve dei giudici scaturiscono dalla convinzione che l’aborto non è un diritto che trova il suo fondamento nella Costituzione americana ma necessita di essere regolamentato dal legislatore ordinario.

Il problema è che la maggioranza degli Stati federali è da tempo orientata a limitare il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza. Inoltre, incombe l’appuntamento elettorale dove si prevede venga fuori una maggioranza dei repubblicani, notoriamente su posizioni pro-life. Tutto ciò, anche per il fatto che negli USA attualmente manca una legge federale che disciplini ciò, potrebbe compromettere concretamente la possibilità di ricorrere all’aborto se non limitatamente in alcuni Stati.

Ma, come si diceva, la vera notizia è che dopo cinquant’anni viene messa in discussione quella storica sentenza, la Roe vs Wade. Per la verità, la sentenza cominciò a traballare già da subito – come sempre, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi – e vale la pena soffermarsi brevemente sul tormentato percorso di questa sentenza.

Agli inizi degli anni Settanta giunse davanti alla Suprema Corte il caso della signora Norma McCorvey la quale, per ragioni di riservatezza, fu indicata col nome di Jane Roe. Norma era una donna che si procurava da vivere lavorando ai banchi del luna park. Si disse che la donna, nell’ambiente che frequentava, era stata vittima di ripetuti abusi sessuali e che, alla terza gravidanza, aveva espresso la volontà di abortire. In prima istanza, il caso fu trattato davanti alla Corte distrettuale del Texas dove, sebbene le richieste iniziali battessero sulla legittimità dell’aborto per violenza sessuale, i giudici vollero riconoscere l’interruzione della gravidanza come diritto individuale della persona che sarebbe riconosciuto, sebbene implicitamente, dalla Costituzione americana.

Questa ulteriore forzatura non era nemmeno necessaria per dare fondamento a quello specifico pronunciamento, in quanto la legislazione texana riconosceva già la legittimità dell’aborto in caso di stupro. Tutto ciò indusse pertanto il procuratore federale a fare ricorso presso la Suprema Corte che avviò quindi l’esame del caso McCorvey.

Purtroppo anche in America capita che i tempi della giustizia si rivelino più lunghi del previsto. Per cui quando giunse per la donna il tempo del parto la sentenza non era ancora stata emessa e non si poteva praticare l’aborto. La povera Norma, nella sua semplicità, non si era resa conto del circo mediatico che le ruotava attorno, e successe che quando le nacque la bambina che non doveva nascere, si lasciò sfuggire che in fondo era contenta di non aver abortito, rivelando inoltre che la creatura non era affatto frutto di abuso. Divennero così ancor più fondati i sospetti che i legali avevano potuto sottoporre alla giustizia americana aspetti non del tutto veritieri al fine di creare artatamente il caso.

Vittorio Zucconi, corrispondente dagli USA per il quotidiano Repubblica, scrisse della McCorvey: «Le avvocatesse e le dirigenti del movimento per il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza la beatificarono, pur sapendo che la persona era ben diversa dal simbolo, che “Jane Roe” era una povera ragazza texana da baraccone, un’inserviente di giostre e tirassegni che girovagava per i paesi della Prateria passando di uomo in uomo, di donna in donna, di bottiglia in bottiglia, di droga in droga, senza guardare per il sottile. Arrivata alla terza gravidanza aveva deciso di averne avuto abbastanza e si era inventata la storia della violenza carnale, come confessò più tardi».

Sempre Zucconi riferiva di un certo turbamento che cominciò da quel momento ad affliggere Norma. La donna parlava del senso di angoscia che provava di fronte al dondolio delle altalene vuote dove lei vedeva l’assenza dei bambini abortiti. Finché la cosa non la spinse a rinnegare pubblicamente la sua storia. Da quel momento Norma avrebbe speso tutte le sue energie perché l’America rivedesse la propria posizione riguardo alla vita nascente, iniziando nello stesso tempo un percorso di conversione cristiana.

L’ossessione per le altalene vuote di Norma McCorvey scosse l’opinione pubblica americana e la storia di questa donna fu tra le principali ragioni che crearono negli Stati Uniti un forte movimento pro-life – si ritiene che circa il 30 per cento della popolazione americana sia oggi contraria all’aborto.

C’è stato anche chi dopo la morte di Norma ha insinuato che la donna, nella sua conversione e nel ritrattare la sua storia, fosse stata mossa da motivazioni venali. Tutte cose che, ovviamente, Norma McCorvey non può più né confermare né smentire. Rimane comunque inconfutabile il fatto che, nel caso Roe vs Wade, davanti alla Suprema Corte non fu raccontata “la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità” come vorrebbe la giustizia americana.

È in fondo per questo che, dopo cinquant’anni, la vicenda di Norma McCorvey agita ancora l’America e i movimenti pro-choice del mondo intero.

Tree Swing” by Otto Phokus is marked with CC BY-SA 2.0.

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Paolo Tritto

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