«Non abbiamo il lusso di dividerci più» e il Magnificat di Maria è «la rivoluzione dell’amore» chiamata a cambiare il mondo a partire dagli ultimi. Questi alcuni passaggi dell’omelia pronunciata questa mattina nella Cattedrale di Matera da mons. Benoni Ambarus, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, durante il solenne Pontificale per la festa di Maria Santissima della Bruna, patrona della città dei Sassi.
Prendendo spunto dal Vangelo della Visitazione, l’arcivescovo ha indicato nella relazione tra Maria ed Elisabetta uno stile di vita fondato sulla benedizione reciproca, invitando a riconoscere anzitutto il bene presente negli altri. «Elisabetta ci insegna – ha affermato – a riconoscere negli altri i doni di Dio, a esserne contenti e a lodare il Signore per le opere belle e buone che vediamo negli altri». Un atteggiamento particolarmente necessario in un tempo nel quale, ha osservato, «cogliamo facilissimamente il negativo negli altri» senza riuscire a gioire del bene.
Da qui l’invito a superare ogni logica di contrapposizione: «Non cediamo, per favore, alle logiche manipolatorie che dividono l’unica famiglia umana. Non abbiamo il lusso di dividerci più».
Un secondo passaggio dell’omelia è stato dedicato all’umiltà di Maria, che nel Magnificat riconosce di essere stata guardata gratuitamente da Dio. «L’umiltà – ha spiegato mons. Ambarus – è la consapevolezza dei nostri limiti e la certezza di essere stati abbracciati dal Signore e dal suo amore». Per questo, ha aggiunto, «più si è consapevoli di essere piccoli, più ci sono le condizioni perché il Signore si serva di noi», perché l’umiltà significa «favorire qualcuno che non sei tu», lasciando che sia Dio a occupare il primo posto.
Commentando poi il Magnificat, il presule ha ricordato che l’azione di Dio «tende a rovesciare il corso delle cose», innalzando gli umili e ricolmando di beni gli affamati. Ai fedeli ha quindi rivolto una domanda diretta: «Ti sei già rassegnato a questo modo di essere del mondo, dove i potenti sono sempre i più presenti e gli oppressi rimangono sempre nell’ombra?».
La risposta del cristiano, ha sottolineato, non passa attraverso la violenza, ma attraverso la testimonianza evangelica: «Cambiare l’ordine delle cose non è una rivoluzione di guerra; è la rivoluzione dell’amore».
Nella parte conclusiva dell’omelia mons. Ambarus ha invitato la comunità a tradurre concretamente il Magnificat nella vicinanza alle persone più fragili. Ha richiamato le tante forme di sofferenza del nostro tempo – la malattia, la disabilità, la solitudine degli anziani, la povertà materiale e relazionale, i drammi della guerra e delle migrazioni – definendole «forme di umiliazione che il Signore vuole cambiare». Un cambiamento che, ha concluso, «non può fare senza di noi».
Affidando la città alla protezione della Madonna della Bruna, l’arcivescovo ha infine esortato i fedeli a lasciarsi coinvolgere dal dinamismo del Vangelo: «Celebriamo la festa di Maria della Visitazione e chiediamo a Lei di lasciarci coinvolgere ed entusiasmare il cuore in questo percorso di concretizzazione del Magnificat».
Gentile presidente, Eccellenza, egregio sindaco, gentili autorità civili e militari, carissimi
sacerdoti, caro popolo di Dio, siamo arrivati alla festa della Bruna e siamo nel cuore della
festa della Bruna.
Gentile presidente, Eccellenza, egregio sindaco, gentili autorità civili e militari, carissimi
sacerdoti, caro popolo di Dio, siamo arrivati alla festa della Bruna e siamo nel cuore della
festa della Bruna.
Ci stiamo preparando da tanto tempo, lo dicevo anche questa mattina, per questa nostra
celebrazione. Abbiamo vissuto, come Chiesa, tantissimi momenti di preparazione,
momenti spirituali, momenti di incontro, di riflessione, riunioni, organizzazioni.
E oggi ci siamo. È un culmine, un trionfo, se volete: non della gloria della religione né di
chissà che cosa, ma il culmine dell’esaltare l’opera di Dio in mezzo a noi.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita proprio alla gioia. Nella prima lettura
abbiamo sentito: «Gioisci, figlia di Sion, perché il Signore è in mezzo a te». Gioisci
perché Lui è in mezzo a te.
Noi, che spesso, soprattutto in questa nostra epoca, sentiamo stringersi il cuore per la
paura, oggi siamo invitati a gioire, perché il Signore è in mezzo a noi, non ci ha
abbandonati.
Abbiamo ascoltato nella Parola di Dio la scena della Visitazione del Signore, esplicitata
attraverso l’incontro tra le due donne: Elisabetta, che porta Giovanni nel grembo, e
Maria, che porta il Signore Gesù nel grembo.
Abbiamo ascoltato come nasce un dialogo tra di loro, nel quale prevale anzitutto
l’atteggiamento della benedizione. È questa la prima parola che vorrei sottolineare.
Elisabetta riconosce subito in Maria l’opera di Dio e vede in lei la serva che ha detto di sì
al suo Signore. Anche se avrebbe potuto facilmente nascere un confronto tra loro due, ciò
che fa Elisabetta è cogliere l’opera di Dio in sua cugina, dire bene di lei, riempirla, se
volete, di complimenti, dicendole: «Beata te che hai creduto, sei stata visitata da Dio».
Carissimi, è proprio questo il primo atteggiamento che vorrei sottolineare: Elisabetta ci
insegna e ci invita quasi a misurarci sulla nostra capacità di riconoscere negli altri,
anzitutto, i doni di Dio e di esserne contenti. Ci invita a lodare e benedire Dio per le opere
belle e buone che vediamo negli altri.
In questo nostro tempo, infatti, cogliamo con estrema facilità il negativo negli altri e
sottolineiamo ciò che non va, senza riuscire a gioire del bene e del buono presente
nell’altro.
Elisabetta ci dice: metti da parte qualsiasi atteggiamento rancoroso o invidioso e
contempla le opere di Dio nell’altro e negli altri.
Ci insegna questo sguardo trasparente, quasi a dire: guarda, c’è vita a sufficienza per tutti,
c’è amore per tutti. L’amore non è una questione di quantità, ma di qualità. L’amore di
Dio c’è per tutti.
È inutile misurarsi costantemente con gli altri per vedere se hanno avuto più o meno di
noi. È inutile confrontarsi per capire se Dio abbia dato di più o di meno a noi rispetto agli
altri.
Lo dice anche la seconda lettura che abbiamo ascoltato: «Gareggiate nello stimarvi a
vicenda, benedite e non maledite, dite bene e non dite male. Piangete con quelli che sono
nel pianto, gioite con quelli che gioiscono».
Non cediamo, per favore, alle logiche manipolatorie che dividono l’unica famiglia
umana. Non abbiamo il lusso di dividerci più.
Maria, di fronte a tutti questi complimenti della cugina Elisabetta, rimane con i piedi per
terra.
Sentirsi dire: «Benedetta fra le donne, benedetto il frutto del tuo grembo, sei la madre del
mio Signore, beata colei che ha creduto…». E come risponde Maria?
«L’anima mia magnifica il Signore, perché Lui ha guardato l’umiltà della sua serva».
Maria risponde con una lettura personale, piena di meraviglia e di gratitudine per l’opera
di Dio in lei, senza attribuirsi altro merito se non quello di aver detto il suo sì.
Il Signore mi ha guardata. Non ho fatto niente. Io ho detto il mio sì; Lui mi ha guardato,
ha chinato il suo sguardo su di me e sulla mia umiltà.
Attenzione: la parola “umiltà”, qui utilizzata da Maria, ha un significato ben preciso.
Vuol dire: io sono così piccola e Lui è così grande; io so fare così poco e Lui compie
grandi cose.
In me c’è piccolezza, pochezza, e nonostante questo il Signore mi ha guardata. Per questo
io lo lodo e lo esalto.
Vedete, questa è l’umiltà di Maria, ed è la stessa che oggi siamo invitati a cogliere nella
nostra esistenza personale.
Ma cosa siamo senza il Signore? Che cosa sapremmo fare senza di Lui? Chi saremmo se
il Signore non si chinasse su ciascuno di noi?
L’umiltà non è dire: «Io sono umile, però è bene che si sappia». L’umiltà è la
consapevolezza dei nostri limiti e, insieme, la certezza di essere stati abbracciati dal
Signore e dal suo amore, che ci reputa degni di fiducia, degni di stima, perché ci ha creati
Lui.
Più siamo consapevoli di essere piccoli, più ci sono le condizioni perché il Signore si
serva di noi. Così noi non oscuriamo l’opera di Dio, ma la favoriamo.
L’umiltà è proprio questo: favorire qualcuno che non sei tu, mettere in primo piano un
Altro, scendere fino al livello più basso, come l’acqua che non si ferma finché non trova
il punto più basso e proprio da lì fa germogliare la vita.
Questa è l’umiltà di Maria.
C’è poi un altro aspetto che Maria celebra nel Magnificat: l’azione sorprendente di Dio
nella storia.
Il Magnificat è un inno di lode alla grandezza dell’opera di Dio, che tende a rovesciare il
corso delle cose.
Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Coloro che sono troppo pieni di sé il Signore tende a svuotarli; coloro che sono vuoti di
sé e della propria vanagloria il Signore tende a riempirli della sua grazia.
È questo che Dio vuole fare in noi: far nascere Cristo nel mondo. Ma Cristo può nascere
solo dove c’è spazio, dove c’è il vuoto. Dove siamo troppo pieni di noi stessi, l’opera di
Dio non è altrettanto feconda.
Il Magnificat, che durante la novena abbiamo cantato tante volte, è un grido forte.
Ma tu ti sei già rassegnato a questo modo di essere del mondo, dove i potenti sono
sempre i più presenti, dove sembra che nulla cambi mai e gli oppressi rimangano sempre
nell’ombra?
Oppure sei anche tu, sulle orme del Vangelo e sulla scia luminosa dell’Incarnazione,
disponibile a cambiare il corso delle cose?
Qui siamo tutti: sacerdoti, consacrati, consacrate, amministratori, battezzati. Tutti, in virtù
del nostro Battesimo, siamo sacerdoti, re e profeti.
Tutti diciamo di essere discepoli del Signore, che vuole trasformare questo mondo e
renderlo sempre più simile al suo Regno, dove ci sono gioia, pace, giustizia, bontà e
misericordia.
Tutti noi, per missione e per vocazione, diciamo di voler fare questo: non dimenticare gli
umili, ricolmare di beni gli affamati, cambiare l’ordine delle cose.
Non è una rivoluzione di guerra; è la rivoluzione dell’amore.
Maria canta proprio questo: «Io ero poca cosa nelle mani del Signore, ma il Signore mi
ha chiesto il mio aiuto e io ho detto di sì. Farò tutto quello che posso affinché Dio splenda
nel mondo».
Allora oggi, carissimi, celebrando la festa di Maria, Madonna della Bruna, la sua
Visitazione in mezzo a noi che ci porta il Signore Gesù, da una parte vi invito a gioire e
ad esprimere la nostra gratitudine al Signore, perché è venuto a visitarci attraverso la sua
Mamma, la Madonna della Bruna.
Dall’altra parte, per favore, incamminiamoci sulle orme di Maria, in questo Magnificat
che esalta l’opera di Dio ed è un’opera di rovesciamento dell’ordine delle cose a favore
dei più piccoli, dei sofferenti, dei diseredati e degli umiliati.
Perché una malattia non è forse un’umiliazione? Una disabilità non significa forse, tante
volte, lottare per tutta la vita per trovare un senso alla propria esistenza?
La solitudine degli anziani, la povertà materiale e relazionale, il desiderio di ricostruirsi
una vita, i drammi della guerra e delle carestie che costringono tanta gente a cercare
un’altra vita: non sono forse tutte forme di umiliazione che il Signore vuole cambiare?
E non può farlo senza di noi.
Celebriamo allora la festa di Maria della Visitazione e chiediamo a Lei di lasciarci
coinvolgere ed entusiasmare il cuore in questo percorso di concreta realizzazione del
Magnificat.
Amen.


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