Serra Venerdì, settant’anni dopo: la memoria che interroga il futuro di Matera

C’è una parola che ha attraversato tutto il convegno per il settantesimo anniversario del quartiere Serra Venerdì: comunità. Non come semplice nostalgia del passato, ma come domanda aperta sul presente e sul futuro di Matera.
Il logo del 70° anniversario realizzato dall’architetto Giuseppe D’Angiulli

A settant’anni esatti dalla consegna delle chiavi delle prime case del quartiere Serra Venerdì da parte del presidente del consiglio Emilio Colombo (13 maggio 1956) la chiesa dell’Addolorata di Matera ha ospitato una tavola rotonda per interrogarsi su una delle pagine più decisive, dolorose e insieme generative della storia contemporanea della città.

Non soltanto la vicenda urbanistica dello sfollamento dei Sassi e della costruzione dei nuovi quartieri, ma soprattutto la trasformazione profonda di una comunità costretta a reinventare sé stessa lontano dai luoghi originari della propria vita.

L’iniziativa è stata promossa dal parroco don Michele La Rocca che, a partire dalla sua ricerca di dottorato in antropologia culturale presso l’Università della Basilicata, ha inteso offrire una rilettura della storia della città intrecciando memoria popolare, riflessione antropologica, storia urbanistica e testimonianza civile.

Mons. Benoni Ambarus

Ad aprire l’incontro è stato l’arcivescovo di Matera-Irsina mons. Benoni Ambarus che ha consegnato alla città una riflessione destinata ad andare oltre il semplice anniversario commemorativo. «Matera trova te stessa, cerca te stessa dentro te stessa», ha detto parafrasando San Giovanni Paolo II.

Non un invito nostalgico, ma la richiesta di interrogarsi su ciò che della civiltà del vicinato e delle relazioni umane nate nei Sassi possa ancora essere custodito e riproposto oggi. «Se perdiamo quella lezione di umanità – ha osservato – si impoverisce non solo Matera ma l’intera umanità».

Anche il sindaco Antonio Nicoletti ha insistito sul valore dei quartieri come luoghi della vita reale della città. Ricordando il trauma vissuto dalle famiglie trasferite dai Sassi ai nuovi rioni, Nicoletti ha sottolineato come proprio in quei quartieri sia avvenuta una “rifondazione” della comunità materana. «Il centro storico oggi è diventato la città universale, conosciuta in tutto il mondo – ha detto – ma il cuore della nostra città pulsa ed è vivo nei rioni».

Antonio Nicoletti, sindaco di Matera

Il nucleo più intenso della serata è stato il racconto di don Michele La Rocca, che da anni conduce una ricerca etnografica raccogliendo testimonianze, fotografie e memorie delle prime famiglie arrivate a Serra Venerdì nel 1956. Il sacerdote ha restituito alla platea la voce viva di chi quel trasferimento lo ha vissuto da bambino o da giovane adulto.

Le prime emozioni furono spesso di entusiasmo. Molti ricordano ancora l’attesa quasi febbrile per la nuova casa: finalmente acqua corrente, elettricità, spazi più ampi, una stanza per i figli, un piccolo giardino. «La notte non riuscivo a dormire dalla felicità», emerge da una delle testimonianze lette durante il convegno. Ma quella gioia iniziale lasciò presto spazio a sentimenti più complessi: isolamento, nostalgia, solitudine.

Serra Venerdì appariva allora come una periferia ancora incompleta, quasi sospesa. Le strade erano sterrate e buie, mancavano negozi, forni, servizi essenziali. Le donne continuavano a dire “vado a Matera” quando scendevano in centro per fare la spesa, come se il quartiere non fosse ancora percepito come parte integrante della città.

don Michele La Rocca

Molti ricordano il silenzio delle prime sere, la sensazione di essere stati “sparsi” e separati dal mondo relazionale dei Sassi. «Noi che eravamo abituati a stare tutti insieme, all’improvviso ci siamo trovati isolati e dispersi», racconta un’altra voce raccolta da La Rocca.

In quelle testimonianze emerge con forza la consapevolezza che il vero trauma non fu soltanto materiale, ma relazionale. Si lasciavano non solo le case, ma un modo di vivere fondato sulla prossimità, sulla solidarietà, sulla condivisione quotidiana degli spazi.

Il passaggio dalla tenda sempre aperta nei Sassi alla porta chiusa della nuova casa ha segnato visibilmente questo cambiamento radicale nei rapporti sociali.

Di grande spessore storico e civile è stato l’intervento dell’onorevole Vincenzo Viti, esponente di rilievo della politica regionale degli anni anni ’80 e poi deputato alla Camera per tre legislature, dall’83 al ’94, che ha ripercorso il lungo itinerario politico che portò dalla legge speciale del 1952 allo sfollamento dei Sassi, fino alla legge 771 del 1986 per il recupero degli antichi rioni.

Onorevole Vincenzo Viti

Viti ha ricordato il ruolo decisivo di Emilio Colombo e di Alcide De Gasperi, sottolineando come lo sfollamento rappresentò una scelta drammatica ma necessaria davanti alle condizioni di estrema povertà dei Sassi; si trattò del compimento di un percorso di giustizia storica: «I Sassi non potevano diventare il museo della miseria. Dovevano diventare il luogo della ricostruzione della vita civile della città».

Si trattò di una grande operazione umana e politica che finì paradossalmente per finanziare la rinascita moderna della città: «i Sassi sono stati la madre di questa città, non è la città che ha finanziato i Sassi, sono i Sassi che hanno finanziato la città. Si è rovesciata la storia e la povertà ha finanziato la ricchezza di questa città ».

L’intervento dell’onorevole Viti si è concluso con un accorato appello a riscoprire la politica come servizio sottolineando la necessità che la comunità si renda partecipe e responsabile della vita sociale.

Il prof. Antonello Pagliuca, docente associato di Architettura tecnica nell’università della Basilicata, ha proposto una lettura architettonica e urbanistica del quartiere, spiegando come Serra Venerdì rappresenti una delle più interessanti sperimentazioni del dopoguerra italiano.

Prof. Antonello Pagliuca

Il progetto del quartiere, realizzato dall’architetto Luigi Piccinato, non nasceva semplicemente dalla necessità di costruire abitazioni moderne, ma si proponeva di ricostruire, attraverso l’urbanistica, il tessuto relazionale dei Sassi.

Questo spiega alcune delle scelte adottate: gli ampi spazi verdi, i ballatoi aperti tra gli edifici, le strade non disposte ad angolo retto ma che si adattano alle irregolarità del terreno.

Il prof. Pagliuca ha dedicato ampio spazio ad illustrare le caratteristiche della chiesa dell’Addolorata, progettata dall’architetto materano Salvatore Masciandaro, espressione di una modernità sorprendente e che, per certi aspetti, ha anticipato alcune delle trasformazioni liturgiche del Concilio Vaticano II.

Il professor Domenico Copertino, professore associato di Antropologia culturale, ha invece collocato il lavoro di don Michele La Rocca dentro una più ampia riflessione antropologica sul rapporto tra comunità e territorio. Lo sfollamento dei Sassi determinò la fine di un mondo relazionale e simbolico, una sorta di “apocalisse culturale”, secondo l’espressione dell’antropologo Ernesto De Martino, paragonabile per certi aspetti ai processi vissuti oggi dalle popolazioni migranti, costrette a lasciare il proprio contesto originario.

Prof. Domenico Copertino

Copertino ha evidenziato il valore scientifico della ricerca di Larocca, fondata soprattutto sull’oralità e sulla memoria fotografica. Un lavoro che non si limita alla ricostruzione storica, ma punta a restituire identità e dignità alle esperienze vissute dalle persone comuni. Le comunità oggi – ha osservato – hanno bisogno di conoscere attivamente il proprio passato per poter costruire il futuro.

A chiudere il convegno è stata la professoressa Antonella Guida, coordinatrice del dottorato dell’Università della Basilicata, che ha ribadito la necessità di valorizzare non solo i Sassi ma anche i quartieri nati dal trasferimento, riconoscendoli come parte fondamentale dell’identità urbana e sociale di Matera. Guida ha ricordato il contributo delle maestranze locali e il valore innovativo delle tecniche costruttive impiegate nei nuovi borghi, sottolineando come queste esperienze abbiano rappresentato un laboratorio di modernità architettonica e sociale.

La serata si è conclusa con la visita alla mostra fotografica allestita per il settantesimo anniversario della nascita del quartiere: immagini storiche, documenti, pannelli e fotografie inedite hanno restituito i volti delle prime famiglie, le strade ancora spoglie del quartiere nascente, la fatica e insieme la speranza di una comunità costretta a reinventarsi.

Settant’anni dopo, Serra Venerdì non appare più soltanto come uno dei quartieri nati dallo sfollamento dei Sassi. È diventato il luogo simbolico di una domanda ancora aperta sulla capacità di Matera di custodire la propria memoria senza trasformarla in folklore, e di riscoprire nella propria storia le ragioni profonde di una nuova idea di comunità.

Il video integrale dell’incontro in occasione del 70° Anniversario del Rione Serra Venerdì di Matera

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

For security, use of Google's reCAPTCHA service is required which is subject to the Google Privacy Policy and Terms of Use.