Omelia di mons. Benoni Ambarus alla Messa dei Pastori del 2 luglio 2026

Mons. Ambarus, "la fede nasce dall'attesa". Alla Messa dei Pastori, prima dell'inizio della processione, l'invito a riconoscere il bene negli altri e a vivere l'umiltà di Maria.

Sono le 4:30, è ancora buio, Piazza Duomo è gremita di fedeli di Matera e del resto della diocesi e puntualissima inizia la Messa “dei pastori”.

Sul palco adibito a presbiterio campeggia il quadro dei pastori. Il clima è orante: efficace il 𝗰𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗣𝗮𝘀𝘁𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗚𝗶𝗼𝘃𝗮𝗻𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗠𝗮𝘁𝗲𝗿𝗮-𝗜𝗿𝘀𝗶𝗻𝗮 diretto da Martina Tosti che in un meraviglioso ensemble di voci e strumenti intona il canto di ingresso “Dai confini del mondo” e i tanti ministri presenti danno un senso di solennità alla celebrazione.

L’introduzione dell’arcivescono guida i fedeli e entrare nella liturgia della solennità della visitazione e nella festa: “Per grazia di Dio siamo arrivati a questo giorno, siamo qui per innalzare la nostra lode per le grandi opere che ha compiuto in Maria, sua e nostra Madre. Deponiamo nelle sue mani misericordiose la nostra vita, le sorti della nostra Chiesa locale e del mondo”.

Al centro della riflessione del vescovo mons. Ambarus, tre parole-chiave: 𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗮, 𝗯𝗲𝗻𝗲𝗱𝗲𝘁𝘁𝗮 e 𝘂𝗺𝗶𝗹𝘁𝗮̀.

𝘓’𝘈𝘛𝘛𝘌𝘚𝘈: Elisabetta ha atteso un figlio per tutta la vita, ma “non aveva mai smesso di credere che il Signore non si fosse dimenticato di lei e di pregare. Anche noi, se nel nostro cuore avvertiamo un vuoto, un desiderio di pienezza, se sperimentiamo una mancanza, è proprio il segno che il nostro cuore ha bisogno del Signore: invochiamolo, apriamogli il cuore, Vedrete che Lui viene. Ma con un monito importante: il nostro cuore è come una porta che ha la maniglia solo dall’interno”.

𝘉𝘌𝘕𝘌𝘋𝘌𝘛𝘛𝘈: Elisabetta non cede all’invidia o al confronto con la giovane cugina, ma riconosce e benedice l’opera di Dio in lei. In un momento storico in cui è così facile cogliere solo il negativo negli altri, Elisabetta ci insegna la via della gratuità: accogliere e riconoscere i doni di Dio in chi ci circonda.

𝘓’𝘜𝘔𝘐𝘓𝘛𝘈̀’ di Maria è la stessa che oggi siamo invitati a cogliere sulla nostra esistenza. “Cosa saremmo noi se Lui non ci avesse eternamente pensati, creati, redenti e adottati come figli suoi?” E mons. Ambarus si rivolge ai tanti giovani presenti: “Non cercate solo la grandezza, non vi affidate solo alle vostre capacità: il Signore vi guarda e vi ama per come si è, vi ha creati Lui così. Accogliete questa verità della vostra vita, anche se sembra pochezza: il Signore può fare grandi opere in voi e in tutti noi, come ha fatto in Maria”.

Concludendo l’omelia, mons. Ambarus ha affidato alla Madonna della Bruna la comunità materana, chiedendo che aiuti tutti a vivere “nella semplicità, nella dignità, nell’onestà e nell’amore verso Dio”, sull’esempio dei pastori che, nella tradizione della città, rappresentano la fede umile e operosa del popolo.

Tra le note dell’Ave Maria-Verbum Panis e tra i fischi di gioia per la festa appena iniziata, il popolo santo di Dio lascia piazza Duomo: molti si inseriscono nella processione dei pastori.

Carissimi materani,

abbiamo ascoltato nella prima lettura questo inno di esultanza: «Gioisci, esulta grandemente, perché il Signore è in mezzo a te». È questo che celebriamo oggi, in maniera ancora più significativa rispetto a tutto l’anno: la gioia e il dono del Signore che è in mezzo a noi e che ci viene attraverso Maria.

La gioia di questa mattina, con questa celebrazione e con la successiva Processione, quella che viene chiamata “dei Pastori”, è un appuntamento nel quale possiamo tutti metterci in cammino. Più che un cammino esterno, che faremo oggi in questo giorno così lungo di festa, è un cammino interiore dentro ciascuno di noi.

È una grande gioia trovarci tutti insieme e iniziare all’alba questa nostra lunghissima giornata della festa della Madonna della Bruna.

Il Vangelo ci parla direttamente della Visitazione che Maria compie verso sua cugina Elisabetta. Ci viene raccontato l’incontro tra una donna avanti negli anni e una ragazza, accomunate entrambe dall’essere portatrici di vita, entrambe visitate dal Signore. Ci viene raccontato anche il loro dialogo e, della Parola che abbiamo ascoltato, vorrei sottolineare tre parole: attesa, benedetta e umiltà.

Attesa

Elisabetta ha aspettato per tutta la vita un figlio e solo quando ormai forse non ci sperava più rimane incinta. Non solo: porta nel grembo un bimbo che sarà il precursore del Messia.

Ora sta vivendo una seconda attesa, sulla soglia della sua casa. Attende e accoglie sua cugina Maria, che riconosce come portatrice del dono più grande di Dio, cioè dello stesso Signore.

Lei non aveva perso la speranza in Dio, non aveva mai smesso di credere che il Signore non si fosse dimenticato di lei. Eppure è piena di stupore quando vede compiersi tutto questo.

Vedete, la fede nasce solo quando c’è l’attesa. Se Dio non lo attendiamo più, se non lo invochiamo con il cuore segnato dalla mancanza, difficilmente lo potremo incontrare.

Quando c’è qualcuno che attendiamo, arriva anche l’atteso.

Lo dicevo anche ieri sera: se nel nostro cuore avvertiamo un vuoto, un desiderio di pienezza, se sperimentiamo una mancanza, carissimi, non scoraggiamoci. È proprio il segno che il nostro cuore ha bisogno del Signore.

Invochiamolo, apriamogli il cuore, chiediamo che venga a visitarci, che si manifesti in noi, e vedrete che Lui non si farà attendere.

Lo dico soprattutto a coloro che sono in ricerca spirituale: se sentite un vuoto nel cuore, una mancanza, apritevi al Signore. Vedrete che Lui viene.

Il nostro cuore è come una porta che ha la maniglia solo dall’interno: non si apre dall’esterno. Ci vuole la nostra attesa e allora arriva anche l’Atteso.

Benedetta

Elisabetta riconosce subito in Maria la presenza di Dio e vede immediatamente l’opera del Signore in lei.

Volendo, avrebbe potuto facilmente lasciarsi prendere dal confronto: «Tu, giovane cugina, porti nel grembo il Messia, mentre io porto soltanto il suo precursore». Invece coglie la grandezza dell’opera di Dio e la benedice.

Per questo dice: «Beata te che hai creduto!». Dice bene di lei, perché è stata visitata da Dio.

Carissimi, l’atteggiamento di Elisabetta ci porta oggi a chiederci quanto siamo capaci di riconoscere negli altri i doni di Dio, di esserne contenti, di lodare e benedire il Signore per le cose belle che accadono nella vita degli altri.

Viviamo in un tempo in cui facilmente sottolineiamo ciò che non va, mettiamo in evidenza il negativo e non riusciamo più a gioire del bene e del bello presente nell’altro, come se fossimo continuamente prigionieri del rancore, dell’invidia e del confronto.

Elisabetta ci insegna ad avere uno sguardo limpido sugli altri, ad accogliere il bello e il buono che c’è in loro.

C’è vita a sufficienza per gli altri e per me. C’è grazia di Dio in abbondanza per gli altri e per me. C’è amore di Dio a sufficienza per gli altri e per me.

Benediciamo gli altri. Abbiamo un cuore contento che sa gioire del bene degli altri.

Mi permetto di dire: non indurirti davanti al bene, non vedere soltanto il male. Non cedere alla tentazione che separa le persone, non chiuderti, non voltarti dall’altra parte davanti alla diversità. Non cedere alla tentazione di considerare gli altri come ostili.

Non cediamo alle logiche manipolatorie che dividono l’unica famiglia umana. Diciamo bene degli altri, ogni giorno.

Umiltà

Maria, ascoltando le parole così belle di sua cugina, rimane con i piedi per terra.

Alle parole di elogio — «Benedetta tu fra le donne, benedetto il frutto del tuo grembo. Tu sei la madre del mio Signore. Beata te che hai creduto» — risponde con parole che esaltano Dio: «L’anima mia magnifica il Signore… ha guardato l’umiltà della sua serva.»

Maria è piena di gratitudine per l’opera di Dio in lei e non si attribuisce che un solo merito: essere stata guardata dal Signore.

«Lui mi ha guardata», dice. «Ha chinato il suo sguardo su di me, ha guardato la mia umiltà.»

Badate bene: qui la parola umiltà ha un significato molto preciso. Non è che Maria stia dicendo: «Io sono umile». Piuttosto sta dicendo: «Io sono così piccola e Lui è così grande. Io sono poca cosa, eppure il Signore, nella sua grandezza, ha voluto guardare proprio me.»

Per questo lo loda e lo esalta.

Maria ha piena consapevolezza della propria piccolezza e proprio per questo vive totalmente dell’opera di Dio.

Questa è l’umiltà di Maria ed è la stessa che oggi siamo invitati a vivere.

Che cosa siamo noi senza il Signore? Chi saremmo se Lui non ci avesse pensati da sempre, creati, redenti e adottati come figli? Che cosa potremmo fare da soli senza di Lui?

L’umiltà è la consapevolezza dei nostri limiti, ma di limiti amati e abbracciati dal Signore e dal suo amore, che continua a ripeterci parole di fiducia e di amore, vedendo in noi possibilità di bene e desiderando realizzare grandi cose.

Più siamo consapevoli di essere piccoli, più ci sono le condizioni perché il Signore possa coinvolgerci nella sua opera d’amore verso gli altri.

Carissimi ragazzi, giovani soprattutto, siete qui, siete in tanti.

Permettetemi di concludere con un appello.

Non cercate soltanto la grandezza. Non affidatevi solo alle vostre capacità. Non entrate nel vortice di dover dimostrare tutto a tutti.

Il Signore vi guarda e vi ama per come siete. Vi ha creati Lui così come siete e siete già una meraviglia.

Accogliete questa verità della vostra vita, anche quando vi sembra piccolezza. Il Signore può compiere grandi opere in voi e attraverso di voi, come ha fatto in Maria.

Chiediamo a Maria di donarci la docilità alla Parola del Signore e la capacità di affidarci a Dio senza riserve, affinché Lui possa portare avanti la sua opera in noi, al servizio degli altri.

Più una vita è spesa nella semplicità a favore degli altri, più è grande agli occhi di Dio.

Maria, Madonna della Bruna, noi siamo come i pastori, come i nostri padri, che hanno vissuto nella semplicità e nell’umiltà della vita, dedicandosi a vivere con dignità.

Madonna della Bruna, aiutaci a imitarti, a non cercare i primi posti, a dire il nostro «sì» nella vita, come hanno fatto i nostri padri, spendendo l’esistenza nella dignità, nell’onestà, nel servizio e nell’amore verso Dio. Amen.

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