
Un anno fa, il 3 agosto 2025, lasciavamo il centro Giriteka, in Africa (Burundi). Ma non stavamo lasciando soltanto un centro o un villaggio: stavamo salutando volti che, nel giro di quasi un mese, erano diventati parte della nostra famiglia.
Lasciavamo le suore che ci avevano accolto come figli, con un amore semplice e concreto. Lasciavamo i sentieri che percorrevamo ogni giorno per raggiungere i campi, le case, i luoghi dove cercavamo di donare un po’ del nostro tempo e del nostro cuore. Quel giorno non sono mancate le lacrime. Erano lacrime di gratitudine, di affetto e di nostalgia.
Non è stata un’esperienza facile. Ci sono stati momenti di fatica, di disagio e anche di prova. Eppure è proprio lì che il Signore mi ha insegnato una delle lezioni più grandi della mia vita: anche con poco si può vivere, perché c’è sempre il Tutto, Dio, che non abbandona mai i suoi figli e provvede con una fedeltà che spesso supera ogni nostra comprensione.
Ho capito che la qualità della vita non si misura da ciò che possediamo, ma dalla capacità di essere felici. Quelle persone, quei bambini e quei ragazzi avevano pochissimo dal punto di vista materiale, eppure nei loro occhi brillava una gioia autentica. Una gioia che nasceva dalla condivisione, dalla fiducia in Dio e dalla gratitudine per ogni piccolo dono ricevuto.
Forse tutti dovremmo essere un po’ più poveri. Non nel senso di privarci di tutto ciò che abbiamo, ma nel senso evangelico della povertà: riconoscere che nulla ci appartiene davvero e che tutto è un dono. Nemmeno la nostra vita è nostra: ci è stata affidata da Dio. Per questo siamo chiamati a condividere ciò che riceviamo, diventando strumenti della Sua Provvidenza.


Ricordo un episodio che ancora oggi porto nel cuore. Avevo con me soltanto due pacchetti di salatini. Davanti a me c’erano tanti ragazzi, troppi perché quei due pacchetti potessero bastare. Umanamente sembrava impossibile. Per un momento ho pensato di non aprirli affatto. Poi ho deciso di affidarmi al Signore. Ho aperto i pacchetti e ho iniziato a distribuire i salatini, uno alla volta. E accadde qualcosa che ancora oggi mi commuove: tutti riuscirono a mangiarne e, incredibilmente, ne avanzarono anche. In quel momento ho compreso che la vera povertà evangelica è la fiducia che si traduce in condivisione. Quando mettiamo quel poco che abbiamo nelle mani di Dio, Lui lo rende sufficiente per tutti.
Anche la perdita della mia valigia, che all’inizio mi era sembrata una grande sfortuna, con il tempo ha assunto un significato completamente diverso. Quella che sembrava una perdita si è trasformata in un guadagno. Mi ha costretto a vivere con l’essenziale, a sperimentare una libertà che non conoscevo e a comprendere che il valore di una persona non dipende da ciò che possiede, ma dall’amore con cui vive.
Per questo oggi non dico di aver fatto semplicemente un’esperienza missionaria. Quella è stata vita vera. È stata una scuola di Vangelo vissuto, dove le parole di Gesù hanno preso carne nei gesti quotidiani, nei sorrisi, nella fede semplice di quella gente e nella Provvidenza che si manifestava ogni giorno.
A distanza di un anno comprendo ancora meglio ciò che il Signore mi ha donato. Cerco di non dare più per scontati quei beni che per noi sembrano normali: l’acqua che scorre dal rubinetto, il cibo sulla tavola, la luce, l’elettricità, una casa, un letto. Ogni cosa è un dono e, come tale, va accolta con gratitudine.


L’Africa non mi ha lasciato soltanto dei ricordi: mi ha lasciato una conversione del cuore. Mi ha insegnato che la vera ricchezza è Cristo, che la felicità nasce dal dono di sé e che chi sa condividere non sarà mai povero.
A un anno da quel saluto, porto ancora nel cuore quei volti, quei sorrisi e quella terra. Continuo a pregare per loro, ma soprattutto ringrazio Dio perché, attraverso di loro, ha cambiato anche la mia vita. E sono certo che ogni seme di bene seminato in quei giorni continua a portare frutto, perché ciò che nasce dall’amore di Dio non va mai perduto.
Gabriella Lauria

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