Quindici giorni intensi hanno animato la vita della parrocchia di San Giacomo a Matera, trasformando una festa rionale, giunta appena alla sua seconda edizione, in una consolidata tradizione cittadina capace di unire spiritualità, cultura e aggregazione.
L’avvio di un nuovo legame: San Giacomo di Matera con Santiago di Compostela
Le celebrazioni si sono aperte il 12 e 13 luglio con la visita dell’arcivescovo di Santiago de Compostela, mons. Francisco José Prieto Fernández. La due giorni ha preso il via con un pellegrinaggio dalla Palomba alla Madonna delle Vergini, anticipando il progetto del “Cammino di Santiago”, che il parroco don Marco Di Lucca ha indicato come il grande “sogno-segno” caratterizzante della prossima edizione della festa. Centrale è stato il seminario di studi “Pellegrini e pellegrinaggio” affidato alle voci dello stesso arcivescovo Fernández, del vicario generale mons. José Andrés Fernández Farto e del medievista prof. Nicola Montesano, con la moderazione della prof.ssa Milena Ferrandina.


e la fam. Sacco-Di Cuia che ha offerto la sua testimonianza sul Cammino di Santiago (12/07/2026)
Il 13 luglio si è vissuto poi un momento di forte commozione con la consegna ufficiale, alla parrocchia materana, delle reliquie dell’urna sepolcrale del Santo apostolo.
Essere Chiesa “tra le case”


La festa si è successivamente spostata nei cortili condominiali della parrocchia, rendendo concreta l’etimologia stessa della parola “parrocchia”, ovvero la Chiesa “presso le case”. Le celebrazioni all’aperto, svoltesi ogni pomeriggio (ad eccezione di domenica 21 luglio) e precedute dal transito motorizzato dell’effige del Santo, hanno visto alternarsi diversi vescovi legati al territorio: il materano mons. Rocco Pennacchio (oggi metropolita di Fermo), mons. Biagio Colaianni (metropolita di Campobasso-Boiano e già parroco di San Giacomo) e mons. Salvatore Ligorio (già arcivescovo di Matera-Irsina). Ad affiancarli, mons. Pierdomenico di Candia e don Giuseppe Diperna, parroco della concattedrale di Irsina, dove Roberto Andrisani sta svolgendo il suo tirocinio pastorale.
Le giornate di preparazione all’ordinazione diaconale
Proprio don Giuseppe, il 21 luglio nel cortile di via Fermi 71, ha avviato le giornate in preparazione all’ordinazione diaconale di Roberto Andrisani, sottolineando nell’omelia il profondo valore del servizio:
Ricordo un’esperienza durante il mio tempo di seminario in una casa delle suore di Madre Teresa. Mi dicevo: ‘Io tra poco diventerò prete: sarò capace di una vita così?’. Questo per dire che dobbiamo sempre sentirci servi, non solo in questo tempo del diaconato. Il Signore chiede tante volte di lasciare ciò che si porta nel cuore per andare oltre: fare la volontà di Dio. E guardando indietro a tante scelte compiute, provo soddisfazione. Alle volte bisogna mettere in conto le difficoltà: io ho perso tutti i capelli! San Giacomo avrebbe voluto un posto particolare nella storia, accanto a Gesù. Invece è stato il primo martire tra gli apostoli: non alla destra o alla sinistra del Maestro, ma nel suo stesso cuore.
Don Giuseppe ha poi ricordato che rimanendo nel cuore di Cristo si guarda il mondo non con gli occhi dell’uomo, ma con quelli di Dio, riuscendo così a calarsi nelle “pieghe” della realtà: «La bellezza del diaconato è entrare nelle pieghe delle nostre strade e scoprire una bellezza che rimanda al volto dell’uomo e al volto di Cristo». Ha infine aggiunto: «Nella vita del prete, solo una cosa è fondamentale: come dice san Paolo, Cristo crocifisso e risorto. È nella croce di Cristo che siamo chiamati a impostare la nostra vita e il nostro essere».


e la successiva adorazione eucaristica vocazionale guidata da don Filippo E. Grillo (21/07/2026)
A seguire si è tenuta un’intensa adorazione eucaristica vocazionale guidata da don Filippo E. Grillo, amico del neo-diacono Roberto. Un clima di profonda preghiera e concentrazione, scandito dall’inno cristologico di San Paolo ai Filippesi e dal passo in cui la madre di Giacomo e Giovanni chiede i primi posti per i suoi due figli. «Ma il Regno di Dio è diverso», ha riflettuto don Filippo, ricordando che il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita: «In questo, Roberto, è racchiusa la spiritualità del tuo futuro ministero diaconale, che ti auguro di poter vivere in maniera degna».
Il triduo in chiesa. La prima serata animata dal Centro Estivo
Come da format già sperimentato lo scorso anno, il triduo di preparazione alla festa è stato celebrato all’interno della chiesa.


Il 22 luglio, la liturgia e il prosieguo della serata sono stati animati dai bambini del Centro Estivo, guidati da Enza Fumi. La celebrazione è stata presieduta da mons. Giulio Bertin, missionario francescano e vescovo emerito di Gibuti, legato a mons. Ambarus da un’amicizia nata ai tempi in cui entrambi erano direttori di Caritas e la Caritas di Roma avviò un progetto con la Caritas in Somalia.


Mons. Bertin ha subito cercato di entrare in relazione con i bambini, interpellandoli all’inizio dell’omelia per poi benedirli al termine della celebrazione. Con un tono spiccatamente familiare, prendendo spunto dalla figura di santa Maria Maddalena (la santa del giorno, annunciatrice del Risorto agli apostoli), ha sottolineato l’importanza di farsi annunciatori attraverso la propria vita. Ha citato l’esempio di san Francesco a Perugia e la storia di un cristiano anglicano che, a Gibuti, con la sola forza della sua testimonianza, suscitò la conversione al cattolicesimo di un giovane collega musulmano.


e, alla fine, mons. Giulio Bertin li benedice (22/07/2026)
A fine Messa, il vescovo ha regalato alla comunità un’appassionante testimonianza della sua missione: dalla vocazione nata in quarta elementare grazie all’incontro con un missionario francescano, al difficile ruolo di amministratore apostolico a Mogadiscio in una Somalia tormentata dalla guerra, sino all’elezione a vescovo di Gibuti.
A seguire è andato in scena il bellissimo spettacolo teatrale “Sotto un cielo stellato” (questo il link alla ripresa integrale). Il musical ha incantato per un’ora la folta platea: frutto delle laboriose mattinate del centro estivo, ed stato il segno di una profonda sinergia tra piccoli e grandi, con Daniele Di Marzio nel ruolo di attento suggeritore coreografico.
La seconda serata: la messa vocazionale

Il 23 luglio è intervenuto don Mario Spinocchio, rettore del seminario San Pio X di Catanzaro, con una riflessione focalizzata sul passaggio dall’essere “uomini religiosi” all’essere “uomini di fede”. Un salto di qualità reso possibile, ha sottolineato don Mario, da una precisa parola chiave che nel Vangelo ritorna ben sette volte: il verbo rimanere. È lo stesso passaggio compiuto dall’apostolo Giacomo, il quale, dal “riparare le reti” (che significa continuare a rimanere fermi), si è ritrovato a essere il primo martire, il primo a dare la vita.
La serata è proseguita con il riuscitissimo concerto dei D!mant, gruppo musicale formato da artisti pugliesi e lucani, tra cui molti ex membri della storica band internazionale Gen Rosso. Un momento di grande allegria che avrebbe dovuto svolgersi nel cortile ma che, a causa di un temporale imprevisto, è stato spostato all’interno della chiesa insieme a tutta la strumentazione. Il concerto (questo il link alla ripresa integrale) ha coinvolto profondamente l’assemblea nel canto, intonando brani celebri che animano le celebrazioni eucaristiche delle nostre comunità (da Un’altra umanità a Servo per amore), fino ad arrivare a Semina la pace, uno dei veri e propri “pezzi forti” del repertorio del Coro di San Giacomo.
“Roberto è diacono della Chiesa di Dio”
Il 24 luglio l’aula liturgica di San Giacomo ha faticato a contenere l’emozione per l’ordinazione diaconale del quarantenne Roberto Andrisani, figlio della comunità.

Alla presenza di numerosi presbiteri, parenti e amici – sia lucani (legati alla comunità d’origine e a quella irsinese dove Roberto svolge il tirocinio pastorale) sia calabresi (in virtù della sua formazione al Seminario San Pio X di Catanzaro) – l’arcivescovo Ambarus ha tenuto un’omelia concreta e saldamente ancorata alla Parola di Dio proclamata (questo il link alla ripresa integrale in diretta streaming). Il presule ha ricordato come ogni vocazione sia anzitutto «un dono di Dio al suo popolo», segno tangibile che il Signore non si dimentica di noi, suscitando persone disposte a dedicare l’intera esistenza al servizio per Suo conto. La vocazione è anche «una manifestazione della gloria di Dio», una gloria che non si esprime attraverso la potenza, bensì nella piccolezza, traducendosi in quel “quasi annientarsi e umiliarsi” che culmina con l’Incarnazione.
Ripercorrendo la prima lettura – e le parole di Geremia: «Non sono all’altezza, Signore, sono giovane, non so parlare» – l’arcivescovo ha evidenziato il timore che fisiologicamente accompagna l’inizio di ogni storia vocazionale. Un timore che, nel tempo, rischia di trasformarsi nella pretesa di occupare i “primi posti”, proprio come richiesto da Giacomo e Giovanni nel Vangelo. «Ma la Pasqua te la preparano gli altri», ha ammonito mons. Ambarus, ricordando che i momenti di passaggio e di croce non si scelgono da soli. L’approdo finale – ancora il vescovo – resta il monito evangelico: «Chi vuole essere il primo tra voi, si faccia vostro servitore». Da qui il forte invito rivolto al neo-diacono a rifuggire la trappola del ruolo e a mantenere una profonda docilità, senza mai sentirsi “già arrivato” o perfetto, per diventare una manifestazione concreta della gloria divina: «Più saranno disperati e poveri, più ti cercheranno per trovare la bontà e la luce di Dio in te – ha concluso l’arcivescovo –, a volte senza nemmeno considerare la tua fatica umana, perché è Dio che cercano in noi».

L’omelia ha preparato intimamente l’assemblea a vivere i momenti successivi. Particolarmente toccante la prostrazione, vissuta secondo le indicazioni offerte dal vescovo: “il segno che la mia umanità sia sempre più bassa, mi asfalto quasi davanti a te affinché tu possa passare, Signore, attraverso di me”. Incoraggiati da queste parole, i presenti hanno chiesto per Roberto «una sovrabbondanza di grazia». Sono seguiti il canto delle litanie, arricchite dalle invocazioni ai santi più familiari alla vita di fede del neo-diacono (con l’arcivescovo in ginocchio e lo sguardo fisso al crocifisso), e l’epiclesi cantata dal vescovo, culminata nella dichiarazione irreversibile: «Roberto è diacono della Chiesa di Dio».



amministrata da mons. Benoni Ambarus (24/07/2026; foto: A. Catena)
Infine, la vestizione con la stola e la dalmatica (con l’aiuto di don Davide Fusiello, che ha supportato Roberto nei preparativi a questo traguardo) e la prima partecipazione alla liturgia eucaristica nelle vesti di diacono.


la vestizione con stola e dalmatica e l’abbraccio di pace con il vescovo (24/07/2026; foto: A. Catena)
Il giorno della festa
A presiedere la celebrazione della solennità di San Giacomo è stato il parroco, don Marco.
Una liturgia solenne e curata, che ha concluso degnamente l’intero periodo di festa in onore del patrono della comunità. È proprio a lui – apostolo, missionario e martire – che don Marco ha suggerito di guardare durante la sua omelia.





Essere apostoli significa essere uomini e donne perseveranti che sacrificano il proprio tempo, i propri spazi e le proprie energie per Dio. Quando è l’amore che ci guida, esso ci dà anche l’energia per affrontare le difficoltà, per andare oltre i turbamenti e i problemi che il nostro apostolato deve sostenere. Quando l’amore di Dio ci dà la possibilità di portare il Suo Vangelo, dobbiamo mettere in conto, nel nostro essere missionari, che potremmo dover subire il martirio.
Numerosi gli spunti operativi offerti dal parroco, attingendo direttamente dalla liturgia del giorno: dal «Ho creduto, perciò ho parlato» della lettera di san Paolo ai Corinzi, al tema di un’umanità che non impedisce la santità (Giacomo era estremamente umano per via dei suoi difetti e della sua impulsività: era chiamato “figlio del tuono”). L’essenziale, ha ricordato don Marco, è ciò che ci viene chiesto oggi: testimoniare con la vita, proprio come san Giacomo, in una società in cui non abbondano i praticanti. Al termine della Messa, la grande novità di quest’anno: la distribuzione dei panini di San Giacomo, segno tangibile di quella condivisione oggi più che mai necessaria.




La statua ha poi attraversato le vie del quartiere in processione, abbracciando nella preghiera tutte le famiglie della comunità parrocchiale. Il cammino è stato animato dalla banda di Santeramo in Colle, dalla lettura di alcuni passi legati alla vita del Santo e alle riflessioni di papa Francesco, e dalle voci del coro parrocchiale, accompagnate dalla chitarra di un parrocchiano.
Una volta rientrata in chiesa la statua per l’ultima benedizione del popolo di Dio con la reliquia e la recita della preghiera al patrono – con la visibile commozione del parroco al termine di una festa riuscita nel migliore dei modi – la serata si è chiusa in bellezza con l’atteso concerto della Futuralive band e l’estrazione della lotteria.

La serata conclusiva, ma più in generale l’intera festa, è stata capace di richiamare cittadini da tutti i quartieri della città. Un evento che ha chiuso una decade densa di spiritualità, proiettando già lo sguardo della comunità verso l’atteso pellegrinaggio in Galizia.


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