Eventi culturali diocesani

Nella pausa imposta dal Covid, la presidente della Cooperativa "Oltre l'Arte", Rosangela Maino, il vicedirettore del MATA, Marco Pelosi, il parroco della Cattedrale, don Angelo Gallitelli, e il Responsabile dell'Associazione "Madonna della Bruna", Bruno Caiella, hanno maturato l'idea di un ciclo di incontri culturali atti a promuovere la conoscenza di opere d'arte del nostro territorio. Si tratta di serate belle e arricchenti che vi suggeriamo di non perdere. Scaricate il calendario e leggete il contenuto di alcuni di questi incontri. “È questa l’arte che ci piace” e sono questi incontri che possono farcela piacere.

L’arte che ci piace

L’Arcidiocesi di Matera – Irsina, con il supporto della Coop. “Oltre l’arte”, del Museo Diocesano e dell’Associazione “Maria SS. della Bruna”, ha avviato con successo il programma delle nove ricche serate di approfondimento culturale su alcuni dei tesori sino ad ora sconosciuti ai più della nostra città, statue e pitture, che fanno parte del patrimonio diocesano.

Marco Pelosi presenta il controsoffitto della Cattedrale voluto da mons. Brancaccio

Gli incontri, ricchi grazie anche alla molteplicità dei contributi che li sostanziano, hanno luogo in diversi luoghi tra cui i siti che gestisce la Coop. “Oltre l’arte”. come la bella chiesa di S. Eligio in via del Corso, solitamente chiusa, o la suggestiva chiesetta di S. Biagio.

In una di queste serate, Logos ha intervistato gli organizzatori.

Si allega di seguito il programma del ciclo di serate.

Logos ringrazia gli organizzatori di questo interessante ed utile progetto e invita i lettori a prender parte a questi momenti di conoscenza del nostro patrimonio artistico ecclesiale locale. Patrimonio e incontri hanno un valore prezioso che supera di sicuro le nostre aspettative.

In ciascuno dei seguenti paragrafi sottostanti (si aprono cliccando sul titolo) si riporta le sintesi di alcune delle serate culturali di cui nella locandina allegata immediatamente qui sopra.

Si ringraziano Simone Ferraiuolo e Marco Pelosi per le foto.

2 dicembre. Gli arcivescovi del Ryos e Brancaccio e la Cattedrale di Matera

Ricollocato in Cattedrale il busto di Mons. del Ryos dopo il restauro

A 300 anni dalla dipartita di S.E. Mons. Brancaccio, arcivescovo di Acerenza e Matera (ottobre 1722), che ha brillato per grande carità, Marco Pelosi ci offre uno spaccato sulla storia ecclesiale locale dell’epoca. L’attenzione va anche a Mons. Antonio del Ryos, predecessore di Brancaccio, introduttore del carro trionfale per la festa della Bruna e committente della volta in legno attuale della cattedrale, di cui in Cattedrale torna nell’occasione il busto ligneo di cui sono terminati i lavori di restauro.

Marco Pelosi mostra una porzione della volta della Cattedrale fatta realizzare da Mons. A. del Ryos

Di seguito una descrizione per la comunità materana dei lavori di restauri del busto ad opera del responsabile di tali interventi di recupero, Pino Schiavone.

Pino Schiavone, amministratore dell’azienda di restauro “Etruria”, e la mano della statua di mons. del Ryos
L’Arcivescovo e Pino Schiavone spostano il busto di Mons. del Ryos
20 gennaio. Arte e pietà popolare: la Deposizione (o Pietà) della chiesa del Carmine

Dopo il restauro, la tela torna agli antichi splendori

In uno di questi incontri culturali proposti dalla Coop. “Oltre l’arte” è stata posta all’attenzione della comunità una bellissima tela che per oltre 25 anni ha riposato nei depositi della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Basilicata, sede di Matera, al freddo e all’umido.
Bellissimi sono i colori, tornati smaglianti, come nuovi, dopo il restauro appena concluso di questa che fu probabilmente una pala d’altare risalente – ci ha spiegato Marco Pelosi – a metà XVIII secolo, realizzata probabilmente ad opera di un membro della Confraternita della Pietà, attento alla corrente artistica del tempo sebbene la tela non manchi di qualche ingenuità.

E la pietà, ovvero il compianto di Maria su Gesù, è il soggetto e dovrebbe essere la denominazione dell’opera d’arte, sebbene il nome tramandato sia “Deposizione”.
Un’opera che – ha continuato Marco Pelosi – ha trovato collocazione prima nella chiesa della Pietà, sede di culto della suddetta confraternita, poi – sino al 1925 – in S. Giovanni Battista e, infine, nella chiesa del Carmine, già cappella del seminario, dove per essere adattata allo spazio al di sotto di un arco le furono tagliati gli angoli superiori.

L’arte della Parola

Un’immagine tratta dal Vangelo di Giovanni, ha fatto notare don Pasquale Giordano, biblista, che con il suo ricco intervento ha aperto la serata accostando efficacemente il passo evangelico all’illustrazione che avevamo davanti agli occhi durante la serata:

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!»
E da quel momento, il discepolo l’accolse con sé”.
Giovanni 19,25-26

Maria, nel dipinto figura centrale dietro Gesù, e Giovanni, a destra, in piedi, si guardano tra loro, interagiscono gesticolando con le mani, che soprattutto in Giovanni sembrano, come dice il Vangelo, rappresentare accoglienza.

In alto, sono gli strumenti della passione: la corona di spine, le tenaglie con cui sono stati staccati i chiodi dalla croce per poterne deporre Gesù, la canna con cui fu porto a Gesù l’aceto quando chiese da bere, ma soprattutto la veronica, svolazzante nel dipinto. Strumenti di morte che, innalzati dagli angeli, come vuole l’evangelista Giovanni diventano strumenti di gloria e sembrano così riecheggiare le parole di Isaia:

“Trasformeranno le loro spade in aratri e le lance in falci”
Isaia 2,4


E tuttavia il racconto di Giovanni non è pedissequamente rappresentato nella pala: mancano due uomini – Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo (Gv 19,38-39) – e due donne: per Giovanni, assieme a Maria, erano sotto la croce “la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala” (Gv 19,25).
Ed è la croce che domina la scena, così – riprendendo il concetto Marco Pelosi – il dipinto potrebbe essere inteso anche come una esaltazione della croce.

Il restauro

Oltre 200 ore di sapiente restauro spalmate su due anni ci sono volute per riportare gli antichi splendori un dipinto lacero, deturpato da funghi e microrganismi, dalle condizioni climatiche improbe dei depositi delle soprintendenza, già impropriamente restaurato a fine XIX secolo ridipingendolo con colori diversi e più forti dell’originale – ha raccontato Pino Schiavone, responsabile della Impresa “Etruria” che – con il suo team – ha curato i restauri.

Pino Schiavone, restauratore, descrive il delicato intervento svolto sulla tela

Espressione di passione e di perizia, come ha commentato Rosangela Maino che ha sapientemente moderato la serata, ma anche di tanta ansia, dato lo stato in cui l’opera versava. Il tutto ha richiesto prima l’utilizzo di disinfestanti per eliminare i microrganismi, di solventi dopo, e anche di un ferro da stiro a temperatura controllatissima con cui far aderire una pellicola. E far tornare a parlare questa bellissima pagina di vangelo, qual è stata ogni opera d’arte – biblia pauperum – nella storia, che troverà a breve collocazione nel Museo Diocesano di Matera.
“È questa l’arte che ci piace”: sono queste le parole con cui Rosangela Maino ha concluso il suo intervento di collante tra i vari relatori e con cui ci piace suggellare questo piccolo contributo che ne fa memoria.

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Giuseppe Longo

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