Il sacrificio di Draghi e il nuovo quadro politico

Una riflessione del gesuita padre Francesco Occhetta sull'attuale grave situazione politica che si è determinata con la caduta del Governo Draghi.

Mario Draghi non è più il Presidente del Consiglio. L’escalation ha lasciato sbigottiti gli osservatori internazionali: Conte ha aperto la crisi, Salvini l’ha cavalcata, Meloni l’ha capitalizzata e Berlusconi l’ha avallata, svuotando per sempre le attese moderate e liberali di cui Forza Italia era portatrice. È stato sacrificato così Mario Draghi, il presidente riformatore che, nei suoi 523 giorni di governo, ha svolto il ruolo di garante del Paese grazie a tre caratteristiche determinanti: credibilità, competenza e rigore morale.

Quotidiani come il New York Times e Le Monde hanno parlato di crisi senza precedenti e di choc per l’Europa. La sua portata era stata percepita anche dal mondo produttivo, da molti rettori di università, dall’associazionismo e da molti sindaci, ma il loro appello non è bastato, anzi è stato ignorato dal Parlamento e dalle segreterie dei partiti di Lega, M5S e FI. Anche il bacio tra il M5S e il Pd, simile a quello di Cassandra ad Apollo, è stato rinnegato da Letta troppo tardi e ha impedito a Draghi di continuare attraverso altre maggioranze possibili.

L’eredità di Draghi, però, è destinata a rimanere a lungo e a segnare il corso della nostra storia politica. Il suo discorso conclusivo al Senato, infatti, contiene le linee programmatiche da realizzare per la cultura politica riformista. Anche se la crisi ha colto Draghi di sorpresa, umiliandolo, lui è riuscito comunque a essere responsabile fino in fondo davanti a un Governo con poteri limitati: “Dobbiamo far fronte alle emergenze legate alla pandemia, alla guerra in Ucraina, all’inflazione e al costo dell’energia. Dobbiamo portare avanti l’implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, anche per favorire il lavoro del Governo che ci succederà”.

Molti analisti hanno rimproverato a Draghi di non essere un politico (partitico) e questo lo ha sempre sostenuto anche lui; è stato però il “Presidente della verità”, una sorta di cartina di tornasole che ha smascherato le vere intenzioni dei partiti. Così come avviene in natura, i magneti si sono attratti. È accaduto per Fratelli d’Italia, Lega e la parte della destra di FI.  Mentre M5S e PD, come l’emulsione di acqua e olio, si sono divisi. I simili del Centro, invece, si sono cercati, anche se l’area ha piccole orchestre con primi violini – come Calenda e Renzi – che in forme diverse hanno gestito la crisi con lucidità e visione politica ma devono ancora scrivere una sinfonia unitaria.

La scelta atlantica voluta dai padri costituenti dopo la guerra è, di fatto, rimessa in discussione. Con uno slogan potremmo affermare che l’influenza russa ha vinto su quella americana. Del resto, sarà forse una coincidenza storica, ma il sacrificio di Draghi rientra in un più ampio scenario di crisi che passa dalle dimissioni di Johnson in Inghilterra, alla debolezza politica di Macron in Francia, dalla poca rilevanza del cancelliere tedesco Scholz in Germania fino alla fragilità di Biden negli Usa a cui manca la maggioranza in Senato e alla Corte Suprema.

Lo scenario politico si è così improvvisamente composto e ricomposto: atlantisti, riformisti ed europeisti da una parte, nazionalisti, populisti e sovranisti dall’altra. La nettezza delle appartenenze e l’impossibilità di coesistere hanno generato tensioni e fratture: prima della crisi la scissione di Di Maio; dopo la caduta del governo quella dei ministri Gelmini, Brunetta e, forse, Carfagna. Il quadro è destinato a cambiare ancora più profondamente: al di là delle sigle si riposizionano le storie personali.

I sondaggi danno vincente la destra, favorita da una legge elettorale che la lentezza del Parlamento non ha saputo cambiare. Tuttavia, pesano sul voto numerose incognite sociali, come il dolore per i 170.000 morti a causa della pandemia, la paura della guerra in corso in Ucraina e le conseguenze dell’inflazione destinate ad acuire la tensione sociale. La crisi è stata preparata gettando sul popolo la benzina di parole d’odio e la fiamma della rabbia e della menzogna. Questo ha fatto vincere singole battaglie ad alcuni partiti, ma perdere l’intera partita al Paese. Capitava già nell’antica Roma quando gli interessi delle parti tradivano l’interesse generale, il bene comune e lo spirito dei principi che reggono le costituzioni.

Si voterà il 25 settembre, lo ha annunciato il Presidente Mattarella apparso con un volto severo e preoccupato. Sulle sue spalle grava il peso di una unità tradita e da ricostruire. Anche il Presidente della Cei, il Cardinale Matteo Zuppi, ha voluto dire il grazie a Draghi a nome della Chiesa in Italia, ricordando inoltre che “è l’ora della responsabilità e dei doveri”. La Chiesa c’è e opera silenziosamente nel Paese.

In questo scenario così difficile sentiamo l’urgenza di promuovere, un’alleanza trasversale e inclusiva per connettere movimenti sociali, esperienze civiche, energie imprenditoriali, risorse intellettuali e morali, i partiti riformisti nazionali e le esperienze politiche locali come quelle che hanno cambiato il paradigma politico a Verona durante le recenti elezioni comunali. Un luogo politico di relazioni inclusive e di pensiero in cui poter sognare e guardare lontano come Paese insieme a quelle aree politiche del mondo che scommettono sulla pace e i diritti umani, dove le tensioni sociali vengano ricomposte con scelte concrete. Era questo il ruolo dei partiti, prima che si trasformassero in comitati elettorali. Occorre costruire qualcosa di più grande, che recuperi la fiducia, ormai perduta, dei cittadini. La politica deve essere pensata nelle forme del terzo millennio, abbandonando schemi e procedure novecentesche, ormai morte per sempre.

Intorno all’agenda Draghi, come è stato scritto da molti, potrebbe rigenerarsi un riformismo di matrice degasperiana, europeista e atlantista, meritocratico e solidale, popolare e sussidiario, innovatore e ambientalista, cultore dei diritti e custode dei doveri, che sappia mettere al centro i temi del lavoro e dell’istruzione, dello sviluppo economico e della sostenibilità sociale e demografica e la tutela della dignità umana in tutte le sue forme.

In questa ora della storia occorre essere forti e lucidi. Parafrasando un verso di Ungaretti: la mèta è (ri)partire. Ciascuno porti il proprio mattone per costruire la casa comune. La classe politica ha bisogno di nuove persone, moderate e competenti, capaci di liberare speranza e sogni. Questa scelta morale, in fondo, sarebbe il modo migliore per onorare il sacrificio di Mario Draghi.

Editoriale di Francesco Occhetta dal sito di comunità di connessioni

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