L’educazione alla pace, la complessità culturale viste dal palazzo di Cnosso

È innegabile che una pace dinamica, processuale, non conformistica, fondata su un’avventura relazionale di reciprocità e accoglienza, deve pur realizzarsi nella complessità e nelle contraddizioni del labirinto esistenziale e culturale in cui siamo immersi fino al collo.

Nell’attuale congiuntura culturale e geo-politica, gremita di imponenti laceranti sfide esistenziali, praticare con piena consapevolezza la riflessione filosofica nella scuola e nella società civile sarebbe di vitale importanza per far spazio alla cooperazione emotivo-cognitiva tra le generazioni, all’impegno sinergico, all’inclusione, a quell’agorà democratica in cui solo può espletarsi il diritto alla cittadinanza in tutte le sue complesse valenze ed accezioni. È questa l’unica possibilità che si apre al mondo attuale per far rifiorire quel palazzo di Cnosso che definisce – con felice metafora riproposta vent’anni or sono da Pierre Lévy – un progetto di società del futuro fondata sull’intelligenza collettiva. Peraltro Lévy, filosofo e studioso delle implicazioni culturali dell’informatizzazione (al punto da essere definito il Mc Luhan del virtuale) già nel 1996 evocava un’antropologia del cyberspazio, considerando i linguaggi virtuali come strumenti privilegiati in grado di incentivare la cooperazione tra i singoli uomini e all’interno delle svariate forme associative in cui essi stessi si trovano a collaborare. Del resto, il progetto dell’intelligenza collettiva è essenzialmente democratico in quanto presuppone l’abbandono della prospettiva asimmetrica del potere; al contrario, si fonda su un potere condiviso, spalmato su tutta la comunità. Con questo, si intende aprire il varco centrale della dialettica identità/alterità, lo spazio di luce che consente il gioco dell’alterità, l’emergere delle utopie nella complessità labirintica dei paradossi e delle contraddizioni.

Oggi, quando il viaggiatore si trova di fronte alle rovine dell’antica fortezza di Micene portate alla luce dagli archeologi, scopre mura dello spessore di diversi metri, fatte di blocchi enormi, ciclopici. In quella civiltà guerriera, tutto lo sforzo degli uomini, tutto l’accumulo materiale, servivano a separare l’interno dall’esterno. Molto diverso dalla fortezza micenea, e ben più antico, il palazzo di Cnosso fu per sette secoli il principale centro di diffusione della civiltà minoica. Il palazzo cretese è sprovvisto di fortificazioni. La pacifica cultura minoica ha concentrato i propri sforzi sulla complessità dell’architettura, sulla decorazione delle sale, sulla bellezza e l’ingegnosità dei collegamenti interni (rete fognaria, dell’acqua potabile, ecc.). Tutta l’energia investita a Micene nella mole delle mura difensive venne impiegata a Cnosso per affinare lo stile di vita, per complicare la pianta del palazzo, per far proliferare tutta una ricercatezza di dettagli architettonici… Il palazzo di Cnosso è infinitamente complesso, ma aperto sul cielo e il sole grazie alle sue corti, affacciato sul mondo e sulla città grazie alle sue porte e finestre… Non avendo eretto mura difensive, i Minoici hanno inventato il labirinto, ovvero la complessità culturale, l’intelligenza collettiva proiettata nello spazio architettonico.

Ma per riuscire ad orientarsi nel labirinto della complessità e vincere la sfida mortale di un nuovo Minotauro – potenziale divoratore di identità personali e comunitarie – è necessario poter contare sul filo di Arianna, che è insieme conoscenza ed amore: filo-sofia. Un filo che, stando al racconto mitologico, proviene come dono gratuito da un altro essere umano, in un incontro cooperativo che si rivela tanto più incisivo ed efficace quanto più tempestivamente e compiutamente può realizzarsi nell’arco dell’esistenza. Si tratta di un dono prezioso, premessa di educazione sentimentale, autorealizzazione e benessere esistenziale, che può provenire solo da personalità forti e ben strutturate, tanto emotivamente e cognitivamente competenti da non farsi assalire dall’angoscia dello smarrimento: persone capaci di fare da guida nei meandri della società e della cultura, fino a farsi apprezzare come veri maestri di vita. La loro abilità consiste nell’aver imparato a comunicare in maniera autentica in un’epoca di pensiero debole, in cui i miopi particolarismi e le frammentazioni della pseudo-politica contrastano le pressanti esigenze di globalizzazione linguistica e comunicativa. Così, alla ricerca di una struttura connettiva dei saperi frammentati, della liquidità dei sentimenti e delle esistenze umane, se ne rintraccia il collante in un approccio filosofico edificato sulla relazione di cura e condivisione dei campi di significato.

Ed è ancora una volta un filo, questa volta cablato come fibra altamente tecnologica, a consentire la navigazione in quel mare delle idee e dei perché in cui si identifica il web: labirinto postmoderno privo di barriere al pari del palazzo di Cnosso, in cui la comunicazione – se ben orientata – può farsi ricerca, meraviglia, cooperazione, invenzione, spazio di pace e benessere.

Anche l’accorato appello lanciato già venti anni fa da Edgard Morin va in questa direzione, in quanto la comprensione è contemporaneamente il mezzo e il fine della comunicazione umana, anche se una tale tematica è cronicamente assente dai piani di studio ufficiali delle scuole pubbliche. Oggi più che mai dobbiamo ammettere di aver bisogno di reciproche comprensioni a livello planetario che ci aiutino ad uscire dal labirinto dei malintesi e degli equivoci. “Di qui la necessità – sostiene Morin – di studiare l’incomprensione nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti. Tale studio sarebbe tanto più importante in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici del razzismo, delle forme di esclusione, disprezzo e prevaricazione. Costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell’educazione alla pace.” È innegabile che una pace dinamica, processuale, non conformistica, fondata su un’avventura relazionale di reciprocità e accoglienza, deve pur realizzarsi nella complessità e nelle contraddizioni del labirinto esistenziale e culturale in cui siamo immersi fino al collo. Ormai è una questione di sopravvivenza della specie umana sul pianeta terra, un’indifferibile esigenza di legittima difesa dei singoli e delle comunità.

Nel villaggio globale postmoderno, in cui è dato fruire contemporaneamente dei vantaggi simmetrici quanto contraddittori della privacy e dell’intimità, educare alla pace equivale a fornire alle nuove generazioni doverose ed adeguate suggestioni di orientamento valoriale, per aiutarle a districarsi nel labirinto dei messaggi digitali e mass-mediali che rischiano di manipolare le coscienze, anche attraverso l’intensificarsi di sempre più frequenti ed intense esperienze di natura virtuale. Se ben interpretati, gli ultimi documenti del MIUR che riguardano l’Educazione civica attraverso l’auspicata acquisizione di competenze trasversali e di soft skills sembrano andare finalmente in questa direzione.

Infine, poniamoci una domanda radicale, ancorché retorica, cui già rispondeva Visalberghi nel secolo scorso: che altro può significare l’espressione educare alla pace se non fare educazione pura e semplice?

Per gentile concessione di Franco Genzale, dall’omonimo sito web

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Mirella Napodano

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