L’elogio della convivenza

Bilancio di due anni in compagnia della pandemia

Ci sono dei film che, quando compaiono i titoli di coda, lasciano allo spettatore la sensazione che manchi qualcosa alla storia raccontata: lo stesso può dirsi del finale dell’emergenza sanitaria in Italia.

Della data che ne ha segnato la conclusione ufficiale, il 31 marzo del 2022, resterà solo una traccia negli annali della storia italiana: non sarà ricordata come il momento di una svolta epocale, quale quella del 25 aprile o del 2 giugno, quanto piuttosto per un cambio di prospettiva rispetto alla lettura di un evento di portata globale che, al pari della guerra in Ucraina, sta cambiando i destini del mondo.

Che un improvviso mutamento di rotta nella strategia pubblica di contrasto alla pandemia sia intervenuto è indubbio proprio guardando i numeri forniti dalle autorità sanitarie e dagli istituti di ricerca.

La Basilicata, secondo i dati della Fondazione Gimbe, è in testa alle regioni italiane per numero di persone contagiate rispetto alla popolazione residente, seguita da Calabria, Abruzzo, Sicilia e Campania: il fenomeno appare in contro tendenza rispetto a quanto avviene nelle regioni del Nord Italia, proprio mentre le misure restrittive si vanno progressivamente allentando.

Di fronte a qualunque cosa accada è necessario considerare la totalità dei fattori che vi entrano in gioco: ci si approssima alla verità solo ricercandone le ragioni ma rimane sempre la possibilità che di uno stesso fenomeno si diano interpretazioni diverse se non diametralmente opposte.

Nel 1950 il maestro del cinema giapponese Akira Kurosawa metteva in luce questo aspetto cruciale delle relazioni sociali e della comunicazione nel suo film Rashmon: la storia di un fatto di cronaca raccontato in modo sorprendentemente diverso da tre diversi testimoni.

La rappresentazione dell’emergenza pandemica in Italia e delle misure adottate per contrastarla, tanto sui media che nella pubblica opinione, mi pare abbia subito analoga sorte: un dibattito dai toni accesi tra i sostenitori del rigore e quelli delle libertà individuali ha generato un rumore di fondo che ha oscurato le (poche) certezze della scienza enfatizzando le tesi di oscuri complotti e di terapie negate.

L’emergenza è finita, la pandemia no.” Nessuno più ne dubita e la conferma viene ora, oltre che dai medici, anche dai veterinari: dopo il primo salto di specie dal pipistrello all’uomo (il cosiddetto “Spillover”) il Sars Cov-2 ne ha fatti molti altri divenendo una zoonosi, una malattia cioè che colpisce più specie animali.

Questo spiega, insieme alla capacità di mutare, l’impossibilità che si giunga alla sua eradicazione.

I vaccini resteranno però uno strumento efficace nella prevenzione della malattia severa e dei ricoveri: si consideri che mentre il numero dei contagiati ufficiali in Italia saliva dagli 800.000 del novembre 2020 al milione e ottocentomila del novembre 2021, il numero dei ricoverati nello stesso periodo scendeva da circa 40.000 a meno di 20.000.

L’estesa copertura vaccinale della popolazione giustifica il cambio di rotta intervenuto nella gestione della pandemia: la strategia iniziale prevedeva tre fasi (le 3 T) ovvero Testare (i casi sospetti), Tracciare (i contatti stretti), Trattare (i contagiati).

I malati dovevano osservare un isolamento di 14 giorni, i contatti dei positivi (con l’esclusione del personale sanitario) una quarantena di 10 giorni, il trattamento prevedeva solo farmaci sintomatici.  

Per i pazienti positivi al Covid oggi l’isolamento si è ridotto a 7 giorni (anche se asintomatici), è venuta meno la quarantena per i contatti positivi, sostituita dall’auto sorveglianza per 10 giorni; maggiore attenzione è riservata invece al personale sanitario che, in caso di contatto con positivo, dovrà sottoporsi a tampone giornaliero per 5 giorni consecutivi. Quanto alle terapie, dal mese di aprile 2022 sono disponibili, per i soli pazienti fragili che non necessitano di ricovero ospedaliero, farmaci antivirali orali da assumere a domicilio.

 È il mondo della scuola più ancora di quello del lavoro ad aver pagato le conseguenze della pandemia prima e delle misure spesso contraddittorie per fronteggiarla dopo.

Mi piacerebbe conoscere il pensiero di un personaggio famoso della cultura europea sui due anni di emergenza sanitaria appena trascorsi: se l’arguto autore dell’Elogio della pazzia, Erasmo da Rotterdam potesse tornasse a scrivere tratterebbe dell’Elogio della convivenza, ovviamente con il virus.

Frontespizio di una edizione italiana del saggio satirico dell’umanista olandese del 500

Alla National Gallery di Londra di fronte al ritratto di Erasmo da Rotterdam

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Erasmo Bitetti

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