Mons. Michele Scandiffio è nato alla Vita Eterna

Lunedì mattina 6 giugno 2022, festa di Maria Madre della Chiesa, S. E. mons. Michele Scandiffio, Arcivescovo emerito di Acerenza, è tornato alla casa del padre.

L’Arcivescovo di Matera-Irsina Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, unito all’Arcivescovo di Acerenza e all’intero Presbiterio dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina e di quello di Acerenza, annuncia a tutti i fedeli che lunedì mattina 6 giugno, festa di Maria Madre della Chiesa, è nato alla Vita Eterna S. E. MONS. MICHELE SCANDIFFIO, Arcivescovo emerito di Acerenza.

Siamo grati al Signore per aver donato alla sua Chiesa un Pastore zelante e buono, costantemente impegnato ad annunciare, a celebrare e a vivere il Vangelo di Gesù. Uomo silenzioso, impregnato di preghiera, sempre attento alle necessità e ai bisogni di tutti, aveva particolarmente a cuore le vocazioni e la vita sacerdotale e religiosa.

La salma sarà esposta nei locali della Parrocchia di S. Giacomo, non lontano da casa sua, a partire dalle ore 16 di oggi. 

Le esequie saranno celebrate domani 7 giugno alle ore 15.30 nella Basilica Cattedrale di Matera e saranno officiate da Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo insieme ai Vescovi della Basilicata.

La salma verrà tumulata nel cimitero di Pomarico, suo paese natio.

Per espressa sua volontà si invita a non portare fiori ma opere di carità.

OMELIA PER LE ESEQUIE DI S.E.MONS. MICHELE SCANDIFFIO

“Protesto innanzitutto la mia adesione piena a tutte e singole le verità rivelate da Dio e trasmesse dalla S. Chiesa Cattolica”. Così scriveva Mons. Scandiffio in una lettera che ho trovato nell’archivio, carissimi confratelli nell’episcopato, confratelli nel sacerdozio, parenti e fedeli tutti.

La vostra presenza è segno di fraternità, comunione, di stima verso un figlio di questa Chiesa di Matera-Irsina, che il Signore chiamò a servire la Chiesa sorella di Acerenza con la quale c’è stata una lunga storia di cammino insieme.

In questo momento vivo l’opportunità di riflettere con a voi su quanto la Parola ci ha appena detto, quanto Mons. Scandiffio ha lasciato scritto, ma soprattutto quanto la sua vita sacerdotale ed episcopale ha detto e continua a comunicare. Più che parlare di lui è meglio far parlare lui.

La nostra presenza ha come fine quella di essere noi stessi sale per dare sapore, gusto e senso alla nostra vita, al nostro ministero episcopale, sacerdotale, diaconale, religioso ma anche sale nell’esercizio del sacerdozio comune dei fedeli.  Nello stesso tempo di attingere alla Luce di Cristo e tenere accesa la luce quando il buio del dolore a causa di malattie, di delusioni, di ingiustizie avvolge la nostra esistenza.

Siamo chiamati, così come ci ha ricordato Gesù, ad illuminare la comunità in mezzo alla quale siamo stati inviati a servirla attraverso la nostra umanità. E’ Lui, il Signore e bel Pastore, che ci rende “sale e luce” affinchè i fratelli e le sorelle che condividono questa storia “vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”.

Dice sempre Mons. Scandiffio: “Desidero quale cristiano, sacerdote e vescovo esprimere al Signore la mia profonda riconoscenza per le grazie segnalate, di cui ha arricchito con disegno imperscrutabile la mia povera persona e manifestare nel contempo la piena fedeltà al mio Signore, la filiale devozione e confidenza alla Vergine SS.ma madre dei sacerdoti e l’umile ubbidienza al Papa”.

Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di chiudere il cuore alla grazia eppure solo la grazia ci fa comprendere l’amore meraviglioso che Dio ha per noi! Ciò che spegne la luce si potrebbe chiamare superbia, egoismo, vittimismo, pigrizia, chiusura, arroganza. Davanti alla morte e davanti all’esempio di questo cristiano, sacerdote e vescovo la luce non può che ritornare accesa.

Nessuno di noi può ritenersi sale e luce solo per mostrare agli altri quanto si è buoni. Chi è immerso in Dio si lascia portare da lui, fa trasparire il suo volto pieno di luce e fa desiderare la luce. Chi si lascia impastare dall’amore del Signore e vive di quest’amore fa gustare, con la sola sua presenza, quella del Salvatore. “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». Non è forse questo che in tanti abbiamo colto durante il ministero pastorale di Mons. Scandiffio?

Attraverso la storia della vedova di Sarephta e il profeta Elia, sappiamo come a volte capiti nella vita di contemplare la secca del torrente, la siccità che aumenta. E quando il “poco” di carne, di pane, di acqua finisce, anche il profeta, il vescovo, il sacerdote, il diacono, i religiosi, i laici, per continuare il loro ministero, la loro esperienza di Dio, hanno bisogno di essere educati dai poveri, così come è successo a Sarephta per Elia.

“A voi cari Sacerdoti e seminaristi il mio pensiero ultimo e la mia calda esortazione: Amate il Signore, amate la Chiesa, amate il sacerdozio. Vivete nell’umiltà e nella carità. Annunciate con coraggio, speranza e gioia il Vangelo di Dio Amore”.

A questo pensiero aggiungo quello di S. Agostino, quando così prega: «Concedimi, o Signore, un po’ di tempo per le mie meditazioni sui segreti della tua scrittura. Non chiuderla a me che busso alla sua porta. Non senza uno scopo
certamente tu, o Signore, facesti scrivere tante pagine piene di misteri. Non mancano certo gli amanti della parola santa che quali cervi si rifugiano in essa come in una
foresta. In essa si ristorano. Scorrazzano in essa da un angolo all’altro come in un prato. Vi pascolano. Trovano riposo e ruminano.
O Signore, fa’ che anch’io giunga a tanto: rivelami la tua scrittura. Ecco, la tua voce è la mia gioia. La tua parola è il desiderio mio oltre ogni desiderio. Dammi ciò che
amo. Tu sai che io amo: tu mi hai dato di amare. Non abbandonarmi, Signore. Non trascurare questo filo d’erba che ha sete di te. Quando scoprirò i segreti dei tuoi
libri, allora ti loderà l’anima mia»
.

La vedova di Sarephta è vestita da lutto, intenta a raccogliere legna, ma pronta a dare da bere al profeta per dissetarlo. Diremmo: si mette in movimento ascoltando la voce di Dio attraverso Elia. Pur essendo una pagana avverte che la Parola la mette in movimento. Una Parola che diventa sempre più esigente sia per noi annunciatori della Parola, sia per chi la riceve, affinchè la disperazione si trasformi in allegria, lo spettro della morte in vita e in vita eterna. Nella sua lunga vita, fino alla fine, Mons. Scandiffio ha messo in movimento per le strade della vita tantissimi preti, seminaristi, laici e vescovi che continuano a guardarlo come modello di pastore.

Elia chiede alla vedova anche del pane e questa risponde: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell’orcio; ora raccolgodue pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».

La donna obbedisce in un momento di grande sofferenza e difficoltà, considerando quel momento l’ultimo per la sua vita e per quella del figlio. Ma è proprio alla luce di questa obbedienza che incontra Dio, fino a dire: «Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca».

Scrive, sempre, Mons. Scandiffio: “Un saluto particolarmente caloroso ai miei figli di Acerenza, Chiesa che il Signore ha voluto senza alcun mio merito affidare per molti anni alla mia cura pastorale…Perseverate nella fede e nella carità. Lasciatevi guidare dal Signore nel vostro cammino, siate autentici testimoni di Cristo Risorto. Supplico tutti a ricordarmi nella preghiera e ad impetrare per me la divina misericordia”.

Continuando a leggere la storia di Elia, troviamo scritto che il Profeta abiterà al piano superiore della casa della donna. Dovrà affrontare il trauma della morte del figlio della vedova che sicuramente si sarà sentita ingannata dall’uomo di Dio e avrà gridato tutta la sua rabbia. Anche il profeta è costretto a misurarsi con l’assurdità della morte di un ragazzo. Penso in questo momento anche alla comunità di Irsina dove contemporaneamente si stanno celebrando le esequie del giovanissimo Pierangelo mentre altri suoi coetanei stanno lottando tra la vita e la morte, a causa dell’incidente di domenica mattina.

Elia prega. Ci insegna come la preghiera diventa ricerca del volto del Signore, ascolto della sua voce per capire la sua volontà. Quanti scoraggiamenti! Quanti fallimenti! Eppure Dio dona sempre un pane miracoloso, per noi l’Eucaristia nostro sostegno e nutrimento. E la preghiera aiuta ad accostarci con fede all’Eucarestia. Partecipare devotamente alla S. Messa, così come faceva Mons. Scandiffio.  Nell’Eucaristia si riprende forza nel nostro cammino affinchè non ci sia mai separazione tra preghiera e vita. E’ la preghiera che dà sempre vita, è l’Eucaristia il cibo di vita eterna.

Giusto un mese fa, il 09 maggio, chiesi a Mons. Scandiffio, ormai impossibilitato a celebrare, d’accordo con il parroco, Mons. Biagio Colaianni che non l’ha mai lasciato solo, e con i nipoti che lo hanno sempre seguito con amore e cura, la badante Elena che lo ha accudito come un padre, di celebrare con lui la messa a casa sua. E’ stato un momento così intenso e profondo vederlo seduto, con le mani unite, la testa piegata e gli occhi pieni di luce. Eravamo uno di fronte all’altro: al centro l’altare, Gesù Eucaristia! Che gioia condividere il memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù, spezzare lo stesso pane, cibo di vita eterna, nutrimento di salvezza. In quel momento ho fatto memoria di una frase che mi ha sempre accompagnato: “celebrare la messa come se fosse la prima volta, l’unica volta, l’ultima volta”.

Faccio concludere Mons. Scandiffio che scrive: “Voglio esprimere una speranza ed un augurio: quanti ci siamo conosciuti nel Signore, anzi meglio quanti il Signore ha conosciuto e conosce possano ritrovarsi insieme, auspice Maria Santissima madre tenerissima sulle cui braccia è dolce rifugiarsi, con le vesti lavate nel sangue redentore di Cristo Signore e lodare senza fine Dio Padre e Figlio e Spirito Santo”.

Amen.

Una testimonianza su Mons. Michele Scanfiffio del Sac. Pasquale ORLANDO

XXX° DI EPISCOPATO DI MONS. MICHELE SCANDIFFIO UN PROFILO SPIRITUALE


Incontro diocesano ad Acerenza 29 settembre 2018


“Celebra Missam ut primam, ut unicam, ut ultimam”.
Chi ha avuto il dono di concelebrare con mons. Scandiffio, non può non confermare come davvero queste parole messe in incipit, descrivono bene il suo atteggiamento nella celebrazione: la viva consapevolezza di celebrare la Messa come se fosse la prima, l’unica e l’ultima. Ancor più disarmante è il vedere quegli occhi lucidi che con fatica trattengono lacrime di devozione e commozione ogni qualvolta avviene la consacrazione. Il momento dell’elevazione dell’ostia consacrata si manifesta visibilmente come un incontro reale tra due persone che si conoscono da sempre e in quell’incrocio di sguardi si consuma un dialogo intimo e segreto.
Gli occhi del Vescovo non possono celare la profondità e la bellezza di ciò che sta accadendo, un po’ come la singolare esperienza di Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte della trasfigurazione: “È bello per noi Signore, restare qui …”
È di fatto impossibile comprendere la personalità dell’uomo e del prete al di fuori dell’Eucaristia: ogni sua azione, ogni suo gesto rimandano sempre e solo alla logica del sacrificio eucaristico. Mi sembra questa la prospettiva migliore per poter, come collaboratore e amico, aprire velocemente una finestra sulla sua personalità.
La sua biografia ci è ben nota, ma giova ripercorrerla brevemente. Nasce a Pomarico il 29 settembre 1928. Entra da ragazzo al Seminario Minore di Potenza, dove svolge i cinque anni di studi ginnasiali. Prosegue con gli studi liceali al Seminario regionale di Molfetta e poi quelli filosofico-teologici presso il Seminario Maggiore di Salerno. Viene ordinato presbitero l’8 luglio del 1951. Nella diocesi di Matera svolge i seguenti incarichi: vicario cooperatore a Miglionico, vicario coadiutore e quindi parroco di Sant’Agostino in Matera negli anni 1950-1960. Chiamato ad essere canonico penitenziere della Cattedrale, svolge quest’incarico per molti anni fino a quando viene nominato Parroco della Parrocchia San Giovanni Battista nella città di Matera.
Viene eletto Arcivescovo di Acerenza il 30 aprile 1988, riceve l’ordinazione episcopale nella Cattedrale di Matera il 9 luglio 1988 dall’Arcivescovo di Napoli, il cardinale Michele Giordano. Immesso nel possesso canonico “per procuratorem” il 29 agosto 1988, inizia il ministero pastorale il 3 settembre 1988, rimanendo nella medesima diocesi fino a settembre 2005.
“Caritas Christi urget nos” (2Cor 5,14). Mosso dall’intenso desiderio di farsi conforme al suo motto episcopale, il ministero di Monsignor Scandiffio si caratterizza per lo zelo pastorale a servizio del gregge affidatogli: “L’amore del Cristo infatti ci sospinge (traduzione CEI 2008: possiede); e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,14-18).

Fondamentali nel percorso diocesano i Convegni pastorali d’inizio anno, della durata di due o tre giorni, con la presenza di relatori molto qualificati, del presbiterio tutto e di delegati di tutte le parrocchie della diocesi: “Perché il Convegno ecclesiale? Perché sia offerto alla nostra Chiesa un momento forte di sosta, per ritrovare nella preghiera, nell’ascolto, nella riflessione personale e nello scambio fraterno la gioia dell’appartenenza a questa nostra Chiesa locale. È grazia il Convegno, che sollecita a sincera conversione, a sperimentare la gioia dell’unità, a scoprire la nostra responsabilità, ad incentivare la nostra disponibilità al servizio. … È esperienza forte il Convegno di comunione fraterna, di solidarietà e di condivisione. È sempre significativo ed importante il convegno: occorre vincere la tentazione della stanchezza, dello scetticismo, del ripiegamento su se stessi” (Mons. Michele Scandiffio, Discorso inaugurale del Convegno ecclesiale 1996).
Grande cura poneva il Vescovo nella preparazione delle omelie, specialmente quelle del Natale, della Pasqua e del Giovedì Santo.
Pietre miliari del suo ministero episcopale sono state le celebrazioni per il IX centenario della Cattedrale di Acerenza, il Congresso Eucaristico Diocesano e la Visita Pastorale.

Il IX centenario della Cattedrale, le cui celebrazioni iniziarono il 24 maggio 1994 e si protrassero fino al 25 giugno 1995, fu un’occasione propizia, “un tempo privilegiato, , una sorta di anno giubilare invitante a preghiera, riflessione, conversione” per contemplare, alla luce della bellezza della Basilica Cattedrale, il mistero di Cristo, della Chiesa e del cristiano: “Così, riferendoci al tempio che è Cristo, è il tempo dell’invito accorato del Padre: entra in Lui, làsciati inserire in Lui. Rimani in Lui per godere del flusso vitale sovrabbondante che ti rende idoneo a produrre frutti copiosi e duraturi in te e nel mondo che ti circonda. Siate templi! Il tempio splendido, espressione della fede dei padri, è il luogo privilegiato del nostro sostare in contemplazione, del nostro incontrare Dio e dialogare con Lui, del nostro trasformarci in Lui” (Mons. Michele Scandiffio, Discorso d’apertura del IX centenario, Acerenza, 24 maggio 1994)
Il Congresso Eucaristico Diocesano, celebrato dal 18 giugno 1996 al 25 giugno 1996 e preparato, accompagnato e seguito da molte iniziative pastorali e catechetiche, fu un’occasione privilegiata per tutta la comunità diocesana a fissare gli occhi sul Mistero eucaristico, fonte e culmine della vita della Chiesa, promuovendo un forte rinnovamento in senso missionario delle parrocchie, chiamate a porsi al servizio della nuova evangelizzazione proposta e chiesta con forza da San Giovanni Paolo II: “La missione di Cristo affidata alla Chiesa è ancora lontana dal suo compimento. Le nostre comunità evidenziano una scarsa sensibilità per la missione. E ciò è molto grave perché si rischia di ghettizzarsi, ma molto di più perché l’assenza di questa dimensione mette in causa la consistenza, la vitalità, l’autenticità delle nostre comunità. … Dobbiamo confrontarci con il grido di Paolo: «Non è infatti un vanto per me predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo» (1Cor 9,16). La missionarietà della Chiesa è fondata sulla stessa missione trinitaria; l’impulso missionario appartiene all’intima natura della vita cristiana. … La missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo: la fede si rafforza donandola” (Lettera pastorale per il Congresso Eucaristico Diocesano, 22 maggio 1994, n. 18)
La Visita Pastorale, indetta il primo dicembre 1991, iniziata il 26 aprile 1992 e compiuta il 13 giugno 1993, è stata un’esperienza privilegiata dell’amore per il gregge, segno dell’immensa carità di Cristo buon Pastore: “Vengo fra voi con grande gioia, con nel cuore la passione di una paternità che si estende a ciascuno. Non mi spinge calcolo umano, né curiosità, né ricerca meramente sociologica, ma la volontà di confermarvi nella fede e di far divampare nei cuori la conoscenza e l’amore di Cristo nostro salvatore” (Mons. Michele Scandiffio, Lettera pastorale in preparazione alla Visita Pastorale, Acerenza, 1 dicembre 1991).

Determinante in tutte le sue iniziative, predicazioni e gesti è stata la sua forte spiritualità e l’intensa vita di preghiera, che lo hanno spinto a cercare d’intessere rapporti di intensa paternità con i presbiteri e a pregare e a operare molto per le vocazioni al ministero ordinato. Dal 1998 al 2005 sono ben venti i presbiteri da lui ordinati ( più uno, da Vescovo emerito, il 30 agosto 2014).
Intenso è stato anche il suo impegno nella pastorale giovanile, curando sempre molto la celebrazione diocesana in ogni singola Parrocchia della diocesi, essendo stata sempre la Parrocchia il fulcro della sua azione pastorale: “Luogo privilegiato della catechesi resta la parrocchia … Essa deve ritrovare la propria vocazione che è quella di essere una casa di famiglia fraterna ed accogliente, dove i battezzati e i cresimati prendono coscienza di essere popolo di Dio. Lì il pane della buona dottrina e il pane eucaristico sono ad essi spezzati in abbondanza, di lì essi sono rinviati quotidianamente alla loro missione apostolica in tutti i cantieri della vita dell’uomo” (Lettera pastorale quaresimale, Acerenza, 28 febbraio 1990).
Dopo aver concluso il suo ministero episcopale a servizio della diocesi, a lui affidata nell’anno 1988, sono personalmente testimone che la sua costante preghiera rimane improntata da un totale abbondono alla volontà di Dio, come chi consegna tutto il suo operato, non in maniera formale. a Dio Padre che tutto scruta e conosce.
È sempre vivo in lui anche la consapevolezza dei limiti dei pastori rispetto all’imponenza della missione ricevuta. Spesso, in maniera confidenziale, nelle nostre indimenticabili passeggiate tra i boschi della nostra amata terra, amava ripetere a modo di preghiera: “mio Signore sono stato sempre fedele al Tuo volere? Ho aiutato la tua Chiesa ad essere sempre secondo il tuo cuore?”
Possiamo dire che questo è il suo grande “tormento” interiore. Ovviamente intendiamo per “tormento” quella “santa inquietudine” che ci deve fare essere sempre desti e vigilanti per evitare di lasciarsi prendere dal torpore della mediocrità spirituale.
Il fulcro di tutto questo era il suo rapporto con il presbiterio costituito in maggioranza da preti ultrasessantenni. Tutti possiamo attestare il suo zelo e le sue preghiere per le vocazioni che il buon Dio prontamente ascoltò, infatti nei suoi 16 anni circa di ministero (1988-2005) il Signore gli ha concesso di vedere rinvigorire la famiglia sacerdotale con il dono di tante nuove vocazioni: a fronte di 16 sacerdoti defunti ne ha ordinati 20 novelli. Ancora oggi le sue preghiere e i suoi “santi rosari” sono perché Dio non faccia mancare santi operai nella sua messe.
Noi tutti ordinati da lui lodiamo il Signore perché attraverso questo vescovo non ci ha fatto mancare la dimensione profondamente paterna. Il particolare amore per i suoi “preti giovani”, rivelava la logica di chi era preoccupato per i più piccoli, che dovevano ancora farsi l’ossatura per poter far fronte alle sfide del secolo moderno. Al contrario, il rapporto con i presbiteri più anziani risultò essere più “teso”, perché con loro sembrava più severo e più rigido, soprattutto quando c’era da affrontare la questione spinosa degli avvicendamenti dei parroci. Ancora non erano in vigore le attuali normative della CEI circa il tempo di parrocato. Vi erano sacerdoti parroci da più di 40 anni in una determinata parrocchia. Alcuni avevano la mentalità che la parrocchia era “proprietà” del parroco come unico responsabile. In ciò, lo sforzo paziente e non di rado sofferente del Vescovo fu tutto teso a favorire ciò che più era conveniente al bene spirituale della Diocesi e della comunità presbiterale, ben sapendo che il gregge appartiene esclusivamente all’unico buon Pastore Gesù Cristo. Nelle sante inquietudini del Vescovo c’è il ricordo di decisioni prese in quella delicata congiuntura.
Tra le cose a cui teneva maggiormente, vi è senz’altro il tempo da trascorrere con i suoi nuovi preti. Molto apprezzate erano le settimane estive che sempre faceva organizzare dall’ufficio di pastorale vocazionale: tempo da trascorrere con i seminaristi, con tutti i novelli sacerdoti, ma anche con tutti i presbiteri che desiderassero partecipare all’intensa esperienza del “Seminario estivo”. Erano giorni in cui non solo faceva i colloqui personali con tutti i seminaristi e con tutti noi novelli sacerdoti, ma condivideva con loro il cammino spirituale. Nelle celebrazioni offriva sempre una particolare meditazione che ci aiutava a rivedere le nostre storie e rafforzare la nostra vocazione. Il suo modo personale e ascetico di celebrare colpiva molto i fedeli che partecipavano nella Messa domenicale nei vari paesini del Trentino in cui trascorrevamo queste vacanze estive, lasciandoli ammirati e spesso commossi. Infatti, è proprio del suo stile omiletico parlare in prima persona con ciascuno delle persone della SS. Trinità , con la Vergine Maria e con i Santi. Anche se ad alcuni poteva apparire singolare questa forma omiletica, essa manifesta la sua viva coscienza della Liturgia come incontro personale con il Signore e come vivo dialogo con lui. Lo stesso amore per il Santo Rosario, recitato più volte al giorno, rivela il suo vivo desiderio di contemplare i Misteri del Signore in filiale comunione con la Vergine Madre di Dio.
Per il Vescovo, il Seminario estivo era l’occasione di trasmetterci la sua santa ansia per il vero bene delle comunità e far comprendere che le parrocchie non dovevano essere considerate come proprietà personale e che lo stile del parroco doveva essere quello di stare in mezzo alla gente sull’esempio di Cristo nel suo gesto di lavare i piedi ai discepoli e non spadroneggiare su di essi.
Infatti, uno dei testi biblici a cui ispirava costantemente la sua predicazione e il suo agire pastorale, volendo anche che fosse proclamato come seconda lettura nelle ordinazioni presbiterali, è l’esortazione di San Pietro ai presbiteri nella sua Prima Lettera: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,1-4).

Circa la sua dimensione propriamente umana, avendo trascorso con lui molto tempo, sia in Canonica a Calvello e sia a Contursi Terme, ho potuto conoscere da vicino e apprezzare la sua squisita umanità carica di delicatezza e giovialità nei suoi piccoli gesti. Soprattutto, anche in occasione di quelle esperienze, mi edificava il suo modo di celebrare la Santa Messa. Proprio in questi lunghi periodi ho potuto percepire le sue sante inquietudini e ascoltare il suo continuo pregare per chiedere perdono su quanto sentiva aver commesso non secondo il volere di Dio.
Dopo la sveglia, appena dopo l’alba, le giornate erano scandite dalla preghiera, dalla meditazione sui brani biblici della liturgia del giorno e dalla lettura del libro di meditazione. Quando il tempo lo consentiva, amava andare in montagna e immergersi nella natura con lunghe passeggiate in silenzio ammirando le sue bellezze fino alla commozione. Apprezzava la buona cucina, ma non doveva mai mancare il peperoncino di cui era molto ghiotto. “Sacro” era anche il riposino pomeridiano.
La celebrazione della S. Messa quotidiana col suo personale modo di vivere il momento eucaristico era sempre preparata da un tempo prolungato di preghiera personale nel primo banco e dal S. Rosario recitato con il popolo. Non mancava mai anche la telefonata ai suoi familiari.
La frugale cena era seguita anche da un buon bicchierino di grappa prima della partitina a tressette.
Durante il periodo delle cure termali a Contursi, oltre a ciò che era necessario per il corpo, voleva anche nutrire lo spirito visitando sempre come pellegrino il santuario di S. Gerardo Maiella e poi anche altri luoghi di interesse religioso e culturale.
Potremmo condividere tanti altri episodi o aneddoti sul caro mons. Scandiffio, ma spero di non aver tradito l’immensa grandezza spirituale di questo uomo giusto.
Tanti altri confratelli avrebbero senz’altro da raccontare altri particolari o fatti che potrebbero arricchire ancora di più la conoscenza di questo nostro Vescovo. Io ho solo provato a scrivere nell’intendo di lasciar percepire il profumo umano spirituale e culturale di un vero uomo giusto. Non a caso ho scritto nel titolo “in punta di piedi…”.
Il buon Dio, la Vergine Santa e tutti i Santi ora e sempre benedicano e sostengano i passi di un uomo che altro non desidera che poter contemplare il vero volto del Signore nella pienezza.
Sac. Pasquale ORLANDO

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LA GRATITUDINE DEI VESCOVI LUCANI PER MONS. SCANDIFFIO

La Conferenza Episcopale di Basilicata apprende con dolore la notizia della scomparsa di S. Ecc.za Rev.ma Mons. Michele Scandiffio, Arcivescovo emerito della Diocesi di Acerenza, avvenuta lunedì mattina 6 giugno, memoria di Maria Madre della Chiesa.

Nato a Pomarico (MT) nel 1928 ed ordinato Presbitero nel 1951, viene nominato Arcivescovo della Diocesi di Acerenza il 30 aprile 1988 dal santo Papa Giovanni Paolo II, e consacrato il 9 luglio dal cardinale Michele Giordano. Durante il suo episcopato ha particolarmente curato la formazione del clero e di conseguenza la catechesi vocazionale arrivando ad ordinare una ventina di sacerdoti diocesani. Papa Benedetto XVI accoglie la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi acheruntina nel 2005.

Mons. Salvatore Ligorio, Presidente della CEB, a nome dei vescovi lucani esprime “gratitudine al Signore per aver donato alla Chiesa un pastore saggio e zelante, che ha saputo guidare il popolo di Dio a lui affidato con paternità, bontà, e dedizione. Sempre attento nell’annuncio del Vangelo ed in costante incontro personale con Cristo Risorto dal quale traeva vigore apostolico”. Le Chiese che sono in Basilicata perdono certamente una figura esemplare sotto il profilo spirituale ed umano lasciando come testamento una umiltà profonda. Instancabile lavoratore nella vigna del Signore, si è speso per le vocazioni nella formazione permanente e per i giovani ai quali infondeva tanta fiducia.

Mons. Scandiffio era un uomo che viveva il silenzio come una perpetua contemplazione e preghiera, ma mai staccato dai bisogni e dalle esigenze dei fedeli. 

La camera ardente è stata allestita presso la Parrocchia San Giacomo a Matera.

Le esequie saranno celebrate il 7 giugno alle ore 15.30 nella Basilica Cattedrale di Matera.

CONFERENZA EPISCOPALE DI BASILICATA

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Redazione

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