Omelia della notte di Pasqua 2022 di mons. Caiazzo

Carissimi,

è notte! Il buio di questa notte è stato rotto e attraversato da un fuoco acceso all’esterno della nostra Basilica Cattedrale. Attorno a quel fuoco benedetto abbiamo pregato. Da quel fuoco nuovo abbiamo preso una fiammella per accendere il cero pasquale, Cristo luce del mondo. A questo cero abbiamo attinto la luce che illumina i nostri volti. Le luci di tutti formano l’unica luce che é il corpo di Cristo, Lui è il capo. Con Cristo usciremo da questo tempio per portare la luce nei luoghi che abitiamo, nelle persone che amiamo e che incontriamo.

Oltre alla luce, la liturgia di questa notte è ricca di Parola di Dio e del simbolo dell’acqua.  Richiama la simbologia del cammino che, come il popolo di Israele, abbiamo fatto per quaranta giorni, ma soprattutto il nostro Battesimo. Ma c’è di più: è la Pasqua di Gesù che attraversa la nostra esistenza umana, nel momento presente, per quanto triste e doloroso, e diventa messaggio di vita.

La simbologia del fuoco ci rievoca anche la forza dell’amore che infiamma cuore, mente e carne di passione, e non per possedere l’altro, ma per donarsi e consumarsi per il bene dell’altro. Significa desiderio di Dio, di cielo. L’abbiamo detto durante la preghiera della benedizione del fuoco: “è accendere in noi il desiderio del cielo”. E’ esattamente questo il senso dell’amore di Gesù che con la nostra partecipazione all’Eucaristia, si consuma in noi.

La nuova vita nasce dalla morte, spunta come nuovo germoglio che cresce e tende verso l’alto, ha il desiderio del cielo.

La Pasqua di quest’anno c’impone, dopo due anni di pandemia con restrizioni varie, di continuare a volgere lo sguardo verso la Croce di Cristo, con la luce della speranza tra le mani e la fiamma della nostra fede che dev’essere sempre alimentata. Davanti ai nostri occhi si susseguono le immagini di tante croci, di tanti crocifissi che penetrano il cuore della terra, irrigata da sangue innocente.

Tombe, fosse comuni, corpi sotto le macerie o abbandonati ai bordi delle strade. Il Golgota sul quale è stato innalzato Gesù oggi si chiama Chernobyl, Kiev, Sumy, Kharkiv, Luhansk, Donetsk, Mariupol, Dnipro Kherson, Odessa, Vinnytsia, Lviv. Ma quanti altri Golgota ci sono nel mondo! Quante guerre dimenticate! Quanti crocifissi innocenti!

Se è vero che Pasqua significa passaggio, anche noi, questa notte, desideriamo, preceduti e accompagnati dalla Maddalena e dalle altre donne, attraversare il mare della disperazione della notte che ci sbarra il cammino della speranza, di sperimentare la liberazione dall’incubo dell’ingiustizia che rende schiavi, ed entrare nella pienezza di luce che esce da una tomba vuota: quella di Cristo.

Vogliamo anche noi, come le donne del mattino di Pasqua, piangere perché non capiamo quanto sta succedendo, ma desideriamo che queste lacrime si trasformino in lacrime di gioia, perle preziose, nel sapere che l’incubo della morte è stato distrutto.

Questa è la notte in cui la Chiesa celebra esattamente un preciso passaggio: dalla morte alla vita. Gesù ha distrutto la morte. Ed è il profumo dell’uomo nuovo che Cristo ci trasmette.

Da quella Croce piantata sul Golgota, dove tutto si è compiuto atrocemente e senza pietà in quell’ultimo grido che fece Gesù spirando, sino al sepolcro da cui svetta il vagito a una nuova vita che due uomini in candide vesti annunciano: perché: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto».

In questo forte desiderio di vita si contempla la forte carica di cambiamento che la risurrezione di Gesù comporta. E’ una vita nuova. Non a caso le donne – ma anche i discepoli in seguito alle altre apparizioni da risorto – non riescono a riconoscerlo: viene scambiato per un giardiniere, oppure un qualsiasi pellegrino che scende da Gerusalemme e si ferma a Emmaus.

La risurrezione di Gesù non è un ritornare in vita. Noi siamo abituati a usare questo linguaggio quando qualcuno dopo essere stato in rianimazione si riprende e ritorna a vivere. Gesù, invece, risorge a vita nuova. E’ esattamente quella vita a cui aneliamo e nella quale speriamo dopo la morte. Dio non mi ridona la stessa vita di prima ma molto di più, una vita nuova. Il libro dell’Apocalisse dice: «E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:

«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».

E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere».

La Pasqua che desideriamo e che celebriamo ci rimanda alla forza delle donne che sfidano il buio della notte e della morte, il potere che potrebbe annientarle, preparando gli aromi, gli olii profumati.

Sono le donne che nelle città bombardate piangono, gridando il loro dolore per la perdita del marito o del figlio o del genitore o di un amico, ma custodiscono segretamente e testardamente il profumo della vita. Non si rassegnano e continuano a seminare speranza nei luoghi dov’è ancora il fetore della morte. Come le donne al sepolcro di Gerusalemme, anche le donne provate dal dolore e dalla morte per i propri cari, nella nostra città e nei nostri paesi, non si rassegnano all’ingiustizia della morte, ma sono pronte a spandere il profumo della vita nuova promessa da Gesù ai suoi fedeli: Vita Eterna!

         In questo tempo così duro si avverte il bisogno di respirare la Pasqua e portare quel respiro fuori di noi perché contagi e cresca e fruttifichi, sapendo affrontare il dolore, sull’esempio della Vergine Santa e delle donne che seguivano Gesù, ritrovando il senso dello stare vicini, magari nel silenzio, dove meglio si coglie il profumo di quella vittoria: la vittoria della vita!

     E’ il momento in cui il buio della notte lascia il posto alla luce dell’alba radiosa che prende il sopravvento e illumina le menti, e riporta un bagliore negli occhi e il sorriso sulle labbra, mentre, come d’incanto, ci sorprende il concerto polifonico del mattino col suo annuncio potente: Cristo è risorto dai morti, è veramente risorto.

     E’ il canto che sarà intonato, nonostante tutto, anche quest’anno, sulle macerie che la guerra sta lasciando, sulle tombe scavate vicino casa o una chiesa. Là dove tutto è bruciato e senza più colori, torneranno presto a spuntare i fiori e riempiranno di profumo ogni terra martoriata.

     La Pasqua è il momento in cui viene ricordato ad ogni uomo, in particolare a chi pensa di avere il potere nelle mani, che la prepotenza, l’apparente vittoria sarà rievocata per sempre come scia di morte sui tanti Golgota della terra. Quell’uomo resterà il grande perdente perché non c’è bomba o crimine di guerra capace di sperdere il profumo della vita.

     La Pasqua ci dice che la vita ha un valore enorme, è sacra. Se per i Giuda della storia vale solo trenta denari, per una donna come Maria di Betania vale trecento denari. E’ il prezzo del preziosissimo unguento con il quale vengono unti i piedi di Gesù, riempiendo di profumo tutta la casa. Per il traditore sono troppi e sprecati, per Maria sono la ricchezza di cui abbiamo realmente bisogno: il profumo di Cristo risorto nella nostra vita.

     I due uomini al sepolcro di Gerusalemme dicono alle donne impaurite: “Non è qui”! E’ vero, Gesù lo incontreremo e lo dobbiamo adorare vivo e risorto esattamente appena usciremo da questo Tempio santo a lui consacrato. Lo incontreremo nei luoghi e nei fratelli che camminano accanto, dietro o davanti a noi, nella storia che impastiamo ogni giorno, soprattutto nei sepolcri attorno ai quali l’atroce si può trasformare in anelito di vita e di vita eterna.

S. Pasqua a tutti.

Don Pino

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