Speciale 8×1000

Non è mai solo una firma.
È di più,
molto di più.


Firmare per l’8xmille alla Chiesa cattolica è una scelta di solidarietà grazie alla quale possiamo sostenere più di 8.000 progetti l’anno, in Italia e nel mondo, a favore dei più deboli.


Scopri alcune delle storie di chi riceve aiuto.

Grazie alla firma di milioni di persone che decidono
di destinare l’8xmille alla Chiesa cattolica, sosteniamo oltre 8.000 Progetti l’anno.



Molto più di una firma. Mons. Stefano Russo e l’8xmille

Intervista di Stefano Proietti

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Sono trascorsi 30 anni da quando, nel 1990, è entrato in vigore il sistema di sostentamento del clero previsto dal nuovo Concordato (1984) che, abolendo la vecchia “congrua”, istituiva l’8xmille e le offerte deducibili. Prima della sua effettiva applicazione, questa grande trasformazione era stata accolta con un certo comprensibile timore dalla Chiesa, come è normale quando si lascia un sistema consolidato per sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo. Ma la storia di questi 30 anni ha dimostrato che non era un timore fondato. Cosa ricorda di quel periodo, mons. Russo?

Per me quelli sono stati gli anni della formazione al ministero sacerdotale. Sono stato ordinato sacerdote ad aprile del 1991, proprio 30 anni fa, e quel timore di cui lei parla l’ho respirato solo indirettamente. Non avendo vissuto la mia esperienza ministeriale all’interno del sistema precedente, mi sento però di poter affermare che ho sempre ritenuto l’8xmille e le offerte deducibili una soluzione eccellente: affida il sostegno economico della Chiesa e di tutte le sue attività innanzitutto alla responsabilità dei fedeli, e, in secondo luogo, anche di tutti gli altri cittadini che, in qualche modo, apprezzano lo straordinario lavoro svolto sul territorio dalle comunità cristiane.

In effetti l’altissima percentuale di firme da sempre raccolte dalla Chiesa cattolica è il segno di una grande fiducia riposta nei suoi confronti dagli italiani. Quali sono, a suo giudizio, i principali motivi di questa fiducia?

Credo che questa fiducia nasca dalla vicinanza e dalla reciproca conoscenza. Gli italiani, e non solo quelli che frequentano attivamente le comunità cristiane ma anche quelli che lo fanno solo occasionalmente, sanno bene che dove si trovano le persone, e specialmente quelle che hanno maggiormente bisogno, chi vive il Vangelo risponde sempre “presente”, non si tira mai indietro. Penso alla presenza capillare in tutta Italia delle parrocchie e di tutte le iniziative solidali ed educative ad esse collegate (mense, centri di ascolto, oratori, centri giovanili), nelle grandi periferie come nei piccoli centri. È una testimonianza che sostiene la firma; una testimonianza che passa anche dalle scuole cattoliche, che servono bambini e ragazzi di ogni età, e molto spesso in alcune zone del Paese rappresentano le uniche risorse educative disponibili. E passa pure dalle strutture sanitarie di ispirazione cristiana… Certamente non tutte queste realtà beneficiano dei fondi 8xmille, ma tutte insieme esprimono in pienezza la gioia del Vangelo. Molto spesso viene sottovalutato il senso comune delle persone: si è sviluppato nei secoli un profondissimo attaccamento alla storia spirituale e culturale del proprio territorio. Non è un caso se definiamo “campanilismo” il legame – a volte perfino esagerato – che le persone hanno verso la terra e le tradizioni delle proprie origini. L’immagine del campanile diventa l’emblema delle radici e del senso di appartenenza.

Le somme ricevute, e sempre puntualmente rendicontate, dalla Chiesa cattolica in questi 30 anni, vengono spese per la carità, per le esigenze del culto e della pastorale e per il sostentamento del clero. Nella sua esperienza di sacerdote e poi di vescovo, quale di queste destinazioni, stabilite dalla legge, ha avuto modo di apprezzare maggiormente?

Mi sta chiedendo… a quale delle dita della mia mano io sia più affezionato. Queste tre destinazioni dell’8xmille sono totalmente complementari. Glielo mostro con un esempio. Nel momento in cui in una diocesi vengono investiti dei fondi per la manutenzione di un edificio di culto storico, non solo si sta contribuendo al rafforzamento e alla tutela dell’identità di quel luogo, ma si sta contemporaneamente permettendo a tante famiglie di vivere dignitosamente, dando lavoro alle maestranze impegnate nel restauro, e si sta permettendo alla comunità di beneficiare di un luogo in cui ritrovarsi e socializzare, accogliere e aprirsi a tutti. Lo stesso si dica quando, insieme al contributo delle offerte deducibili, quei fondi vengono usati per il sostentamento del clero. Garantire una vita dignitosa ai sacerdoti in attività e a quelli anziani o ammalati, vuol dire anche garantire alle loro comunità una presenza sicura e sempre disponibile, come è nello stile di vita e di servizio dei nostri sacerdoti, da sempre.

Da sempre… e mai come oggi. Stiamo attraversando un periodo di difficoltà senza precedenti a causa di questa terribile pandemia. I sacerdoti hanno certamente pagato un tributo pesantissimo in termini di contagi e di decessi, e molto spesso proprio per mantenersi fedeli al servizio di accompagnamento e di assistenza agli ultimi, ai malati, ai sofferenti. Le sembra che le persone nel nostro Paese se ne stiano rendendo conto?

Sono convinto di sì, e soprattutto nelle zone in cui purtroppo il virus è stato più violento e feroce. Come Segretario Generale della CEI ho avuto modo, in questi mesi, di raccogliere le testimonianze di moltissimi confratelli Vescovi che me lo hanno confermato. E non mi riferisco solo ai sacerdoti che si sono spesi, con coraggio e abnegazione, nel servizio spirituale dentro le terapie intensive e nei reparti Covid degli ospedali. Mi riferisco anche alle decine di migliaia di volontari che, in tutto il Paese, hanno consegnato, porta a porta, cibo e medicine, soldi per pagare le bollette e gli affitti, sostegno e conforto alle persone. Per contrastare la pandemia, la Chiesa italiana, solo lo scorso anno, ha messo a disposizione del nostro territorio una cifra superiore ai 226 milioni di euro, più altri 9 milioni per progetti di contrasto della pandemia nei Paesi del Sud del mondo. È stato uno sforzo straordinario, possibile solo grazie alla fiducia di chi ha scelto, ancora una volta, di firmare per l’8xmille alla Chiesa cattolica. Ogni singola firma ha contribuito in modo determinante.

A proposito, mons. Russo, la campagna promozionale di quest’anno punta proprio sul valore di ogni firma, lo strumento concreto con cui ciascuno dei contribuenti italiani può scegliere di devolvere l’8xmille del gettito Irpef alla Chiesa cattolica. Questo gesto, stiamo sentendo ripetere nei vari media, è “più di una firma; molto di più”. Perché?

Perché ogni firma è come una porta che si spalanca. Chi firma può vedere con i propri occhi come il frutto di quel gesto di fiducia e di partecipazione costruisca benessere e solidarietà, di cui beneficiano tutti. In qualche modo, però, quella porta che si apre è anche la fiducia con cui chi firma ci spalanca il cuore. È una grandissima responsabilità che avvertiamo, sacerdoti e laici, perché sappiamo bene di non poter deludere le giuste aspettative di chi si fida di noi. Chi firma dà il suo concreto contributo con un gesto semplice ma efficace. E noi vogliamo rispondere con trasparenza, efficacia e, soprattutto, frutti concreti.

Per un cattolico praticante, che vive in una comunità cristiana, quali valori esprime quella firma?

Chi firma, nella propria comunità, fa un gesto di comunione, di partecipazione e di solidarietà. In qualche modo esprime la propria corresponsabilità con la missione di tutta la Chiesa, se ne fa carico. Certamente sono persone che nella propria realtà locale già partecipano alla vita della comunità cristiana e la sostengono, col proprio tempo, con le proprie capacità e anche con le proprie offerte in parrocchia, nella misura delle possibilità di ciascuno. Ma firmare per l’8xmille o fare un’offerta deducibile per i sacerdoti è ancora qualcosa in più. Un valore aggiunto. Significa prendere a cuore anche le sorti delle parrocchie con risorse più esigue della propria, perché i criteri di distribuzione di questi fondi sono assolutamente perequativi. E significa anche fare un gesto di libertà, perché non è certamente automatico che questo sistema continui a funzionare e ad alimentarsi se non scendono in campo, ogni anno, le libere scelte dei fedeli. Di tutti i fedeli e insieme a loro anche di chi in chiesa non ci va.

E a questi ultimi, ai non praticanti, cosa vorrebbe dire per invitarli a mettere ugualmente la propria firma a favore della Chiesa cattolica?   

A chi non è praticante vorrei dire che firmare per la Chiesa cattolica significa compiere un gesto di fiducia e di grande generosità, al quale noi ci impegniamo a rispondere con la massima trasparenza nel rendere conto. È bello pensare che per partecipare insieme a noi a costruire un mondo più giusto, accogliente e fraterno, un mondo a misura del Vangelo, non serva alcuna tessera di appartenenza. Torniamo all’immagine della porta, che avevo proposto in precedenza: ai cristiani non piace chiudersi a chiave, noi siamo per le porte aperte. Del resto è questa la Chiesa in uscita che Papa Francesco ha sognato e ci sta chiedendo fin dall’inizio del proprio servizio come Successore di Pietro e come Vescovo di Roma.

Il nostro Dio – ricordava il Santo Padre solo qualche mese fa, all’Angelus – “continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitarlo a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare. Egli non sta rinchiuso nel suo mondo, ma ‘esce’: Dio è sempre in uscita, in cerca di noi. Esce continuamente alla ricerca delle persone, perché vuole che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore”. Ecco, vorrei fare mio questo invito del Papa. La Chiesa che è in Italia vuole avere questo stesso stile nell’annunciare il Vangelo. Al fianco degli ultimi, innanzitutto, e insieme a tutti quelli che vogliono starci. Anche grazie a una firma per la scelta dell’8xmille.


Casa Betania

Un progetto di accoglienza e integrazione nella diocesi di Matera-Irsina

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Casa Betania, un progetto di accoglienza e integrazione 

La Basilicata da sempre è stata terra di passaggio. Al primo gennaio del 2021, i cittadini stranieri residenti in Basilicata erano  22772 di cui 6564 solo nel metapontino. Oggi da terra di passaggio la Lucania è diventata territorio nel quale gli immigrati decidono di fermarsi al fine di poter avere prospettive di vita migliore per se stessi e per le proprie famiglie. La maggiore concentrazione di immigrati si è verificata appunto sulla zona della Costa Jonica, sostanzialmente  a causa del lavoro nelle aziende agricole. Ma se da una parte questo territorio è luogo di rilevante presenza per l’opportunità lavorativa, dall’altra è una “zona grigia dell’accoglienza” e la piaga del caporalato affligge i migranti rendendo le loro vite “sospese” e in fuga dall’oppressione.

Nei primi mesi del 2020 a Serra Marina di Bernalda (MT), è stata inaugurata CASA BETANIA, definita la Casa della Dignità, per l’accoglienza dei fratelli migranti che lavorano nelle campagne metapontine. La struttura è stata acquistata dall’Arcidiocesi di Matera-Irsina grazie ai finanziamenti dell’8xmille concessi dalla Conferenza Episcopale Italiana e dal suo Organismo Caritas Italiana.  Spiega l’arcivescovo di Matera-Irsina, monsignor Antonio Giuseppe Caiazzo al momento dell’inaugurazione insieme a molti rappresentanti delle istituzioni: “Il luogo che benediciamo sarà ‘casa loro’ per chi ci vivrà, sarà casa nostra, sarà una casa da gestire insieme, una casa famiglia per tutti”.

Nell’intervista che segue chiediamo a don Antonio Polidoro, pro Direttore della Caritas diocesana e Direttore dell’Ufficio per la Pastorale dei Migrantes, di spiegarci il senso dell’iniziativa.   

D. Don Antonio tu sei  il responsabile di questa struttura, ci racconti cos’è Casa Betania?

R. Casa Betania è un segno di speranza che nasce per volontà del nostro Arcivescovo Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, in collaborazione con l’Ufficio Migrantes, di cui sono il responsabile e con la Caritas Diocesana. Nasce in un momento difficile e di sconfitta per tutti: “la questione della Felandina”. Un ghetto formatosi nella zona del metapontino, ex capannoni industriali, dove non esisteva nessun tipo di servizio e i migranti vivevano in una stato di grave degrado. Nel campo della Felandina vivevano più di cinquecento persone di diverse nazionalità, ma quasi tutte provenienti dall’area africana. Migranti africani sopravvissuti al Sahara e alla traversata del Mediterraneo, dopo aver fatto richiesta di protezione internazionale a Lampedusa e dopo essere stati ospitati per qualche mese nei Cara a Bari Palese o a Borgo Mezzanone, a Mineo o a Crotone, finiscono direttamente nei «ghetti», a chiedere lavoro ai caporali.

D. All’indomani dello sgombero della Felandina, a causa dell’incendio nel quale una giovane nigeriana ha perso la vita, la comunità della costa ionica lucana ha preso coscienza delle criticità che attanagliano i braccianti stranieri che, ogni anno, saltellano da un campo all’altro per garantire che i prodotti del Made in Italy giungano sui mercati. La società civile, fatta anche di lavoratori della terra, si è mostrata solidale. Gli aiuti per i braccianti e richiedenti asilo si sono moltiplicati. Ma ci si è interrogati  sul “dopo”. E’ a partire da quel “dopo” che la Chiesa Diocesana ha immaginato di costruire una modalità stabile di accoglienza e di integrazione?

R. Si, perché Il problema non è soltanto che i braccianti vivono in abitazioni senza luce, acqua, letti e tetti adeguati, ma anche che essi si trovano per lunghe settimane in una situazione di vera e propria segregazione: lontani dai centri abitati, isolati fisicamente e socialmente, alla mercé dei caporali, che invece conoscevano bene il terreno e hanno costruito legami forti con aziende e segmenti delle società locali.  Una segregazione che è a volte causa di morte, come è successo alla giovane ragazza nigeriana Petty, 28 anni, che è morta bruciata nel rogo scoppiato il 7 agosto 2019. Soprattutto le donne oltre ad essere vittime del caporalato, sono anche vittime di violenza fisica e sessuale.  Nel ghetto della Felandina vi erano ragazze costrette alla prostituzione. Dopo lo sgombero il risultato è stato: tanti piccoli ghetti disseminai nelle aree più rurali.

Proprio da questa emergenza nasce Casa Betania, un piccolo centro, che ospita attualmente circa 18 lavoratori stagionali. Questi lavoratori sono muniti di un proprio mezzo di trasporto e tutti lavorano con regolare contratto. Il nostro obiettivo è lanciare una sfida culturale al nostro territorio, da sempre un territorio accogliente, cercando di superare insieme le difficoltà a causa di giudizi e pregiudizi, luoghi comuni. Insomma passare dall’indifferenza all’accoglienza. 

D. Per la gestione della struttura sono stati predisposti due progetti finanziati anch’essi con Fondi 8xmille e coordinati dalla Fondazione Migrantes e dal Servizio per gli interventi caritativi a favore dei paesi del Terzo Mondo, nell’ambito del Progetto Liberi di partire, liberi di restare. Quali sono i due progetti?

R. Il primo è il Progetto “SULLA SOGLIA DEL CAMPO”. L’idea del progetto è di partire da quel “dopo” e costruire una modalità stabile di accoglienza e integrazione. Con Casa Betania, si sta concretizzando una modalità di accoglienza stabile per sottrarre i lavoratori-migranti alla instabilità abitativa. Contestualmente con il Progetto “RADICI” si orientano i migranti a percorsi di formazione e tirocini per formare operai agricoli qualificati, con l’obiettivo di sottrarli ai caporali e inserirli in aziende etiche. Qui si inserisce la collaborazione con la rete delle aziende “NO CAP”.

Il progetto intende perseguire e promuovere in modo mirato l’integrazione dei migranti residenti nel territorio della Diocesi di Matera-Irsina con un modello che ha come punto fondante la connessione tra la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro. La formazione si realizza presso Casa Betania.

D. Dopo un anno ci sono dei risultati?

R. Abbiamo costruito una rete di relazioni con associazioni laiche e cattoliche, famiglie tutor e volontari per poter non solo accogliere e proteggere ma anche integrare. Infatti, nonostante le difficoltà causa Covid-19, il nostro progetto non è solo accogliere ma anche integrare attraverso corsi di formazione, assistenza sotto il profilo legale, inserimento lavorativo, tirocini, fino ad una piena autonomia.

Dopo più di un anno, grazie all’impegno di tutti, sono arrivati i primi risultati: la maggior parte dei ragazzi lavora con regolare contratto e si sono abbastanza integrati. E’ bello che questi ragazzi oltre al lavoro, vivono momenti di vita comune: dalla condivisione del pasto, alla preghiera, a momenti – se pur contenuti causa covid – di fraternità e formazione.  Alcuni dei ragazzi dopo un primo periodo di accoglienza adesso autonomamente hanno preso casa e si sono integrati nel territorio.

D. Quali gli obiettivi futuri?

R. L’obiettivo futuro che ci proponiamo é di continuare su questa linea dando ospitalità agli ultimi, cioè quelli che vengono messi in strada o vivono in casolari abbandonati, sfruttati dai caporali. Intendiamo offrire a loro, ma anche ad altri, una maggiore formazione e integrazione, sperando di uscire fuori da questa pandemia. Vorremmo che Casa Betania diventasse un punto di riferimento per tutti i migranti, una casa amica, dove c’è sempre qualcuno pronto ad ascoltare ed aiutare.   

Casa Betania si sostiene esclusivamente con i fondi della Diocesi e dell’8Xmille e grazie al Progetto “LIBERI DI” promosso dalla CEI. Il nostro sogno è quello di realizzare con questi ragazzi una cooperativa sociale capace di condurre una piccola azienda agricola. Ciò significherebbe dare una formazione più professionale ai ragazzi in base alle loro qualità e arrivare ad una autosufficienza economica per loro e per Casa Betania. I sogni con la grazia di Dio si possono avverare. 

I sogni di don Antonio Polidoro e di tanti sacerdoti della Chiesa italiana possono realizzarsi con le risorse dell’8xmille, del sostegno delle Diocesi e delle offerte liberali intestate all’Istituto Centrale Sostentamento Clero. La generosità dei fedeli, i fondi dell’8xmille, la collaborazione di tanti laici disponibili e buoni sacerdoti rendono possibile opere di misericordia a favore dei più deboli, dei migranti e dei poveri che in questo periodo di pandemia sono aumentati oltre ogni misura.



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Sabina Calicchio

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