Il destino ha voluto che il giornalista Franco Di Pierro ci lasciasse nella primavera di questo 2026, anno di Matera Capitale mediterranea della cultura e del dialogo. Certamente il destino, con questa morte, ha voluto suggerirci qualcosa. Nella vita di Franco c’era come un messaggio, c’era la speranza che tra le sponde del Mediterraneo che sembrano tanto distanti eppure, nella realtà, sono così vicine, questo dialogo sia possibile o almeno possa essere desiderato, pur nelle difficoltà e nelle chiusure che si registrano nel momento presente.

Foto da Sassilive
Franco Di Pierro era nato nel 1942 a Suq al-Jum’a, vicino Tripoli, in Libia, dove vivevano i suoi genitori, come tanti altri connazionali allora. E in Libia aveva lasciato parte del suo cuore, nonostante i fatti storici avessero nel frattempo innalzato un muro tra questi due mondi. Di Franco devo necessariamente scrivere in prima persona – il lettore me lo consenta – perché per quindici anni abbiamo condiviso la nostra quotidianità e il lavoro negli uffici del Consiglio Regionale della Basilicata; più tardi, anche l’attività pubblicistica.
Io provenivo da Bari ed ero stato trasferito dagli uffici della Regione Puglia negli anni Novanta. Nei primi tempi, mi era stata assegnata una stanza che era separata da quella di Franco da una porta. Ricordo che non fu mai chiusa quella porta tra le nostre postazioni di lavoro. Al mio arrivo a Matera, fu dunque Franco ad accogliermi e fu lui a fare in modo che io mi sentissi realmente accolto in questa nuova città. La capacità di accoglienza era, infatti, un tratto della sua personalità.
Egli era, come tutti sanno, un giornalista che collaborava con importanti testate, tra le quali La Gazzetta del Mezzogiorno e Rai Basilicata. Quando nei telegiornali o nei giornali radio risuonava la sua voce voleva dire che c’era qualche notizia dalla città dei Sassi. Franco era per tutti la voce di Matera.
In un mondo dell’informazione che purtroppo andava progressivamente a irrigidirsi in contrapposizioni ideologiche, lui preferì lasciare la sua porta sempre aperta, come aveva fatto con me, alla possibilità di parlarsi, di confrontarsi senza pregiudizi, di capire le ragioni anche di chi poteva essere su posizioni diverse. Non mancando mai di trovare il modo per manifestare la sua simpatia.
Mi hanno sempre colpito i suoi sentimenti di stima verso i colleghi giornalisti, come verso i colleghi di lavoro e verso quegli esponenti delle istituzioni con cui il lavoro lo portava quotidianamente a relazionarsi.
Questo, credo, gli avesse insegnato la vita da quando nel 1950, ancora bambino, aveva dovuto abbandonare la casa nell’altra sponda del Mediterraneo, dove era nato. Forse qualcosa portava Franco, almeno nei primi anni, al pensiero di ciò che era rimasto oltre il mare. Per esempio da Tripoli passava una ferrovia che era servita da una Littorina identica a quella della Calabro-lucana – così si chiamava allora – che attraversava tutta la città di Matera. La attraversava tutta e in superficie – non interrata come adesso – passando a poca distanza da casa dei suoi.

Foto Centro Storico FIAT – Immagine di pubblico dominio
Un po’ Tripolitania era allora Matera – non me ne abbiano i materani – e del resto anche Giovanni Pascoli, ai suoi tempi, arrivando in città la definì “la mia Affrica”, lui che sarebbe stato il cantore delle migrazione degli italiani in Libia, come possiamo leggere nella sua “La grande proletaria si è mossa”. In questo testo, sia pur viziato in qualche punto da discutibili argomenti, Pascoli richiamava il paradosso di gente che in Italia “non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci” e che invece in Libia aveva saputo creare tutto ciò, almeno in alcune zone di quella terra. In questo paradosso, in questo miracolo, era stata impegnata anche la famiglia Di Pierro fino agli anni Cinquanta. Non soltanto la famiglia del padre Berardino, un funzionario del Ministero dell’Africa italiana, ma anche quella materna, la famiglia Di Buduo che in quella terra africana aveva saputo introdurre importanti innovazioni agricole, col desiderio di sottrarla all’aridità del deserto.
Quando la famiglia Di Pierro dovette ritornare in patria, al padre Berardino fu offerto un posto a Roma presso gli uffici centrali del Ministero delle Finanze. Il padre di Franco chiese invece e ottenne di essere assegnato a Matera, la provincia da cui proveniva la sua famiglia. Per i Di Pierro fu davvero come tornare in Africa – negli anni Cinquanta Matera non era ancora molto diversa.
Tanti potranno ripercorrere, meglio di me, le tappe della carriera di Franco, sottolineando adeguatamente l’autorevolezza del suo lavoro giornalistico, in tempi in cui il giornalista era davvero un’autorità. Io, riguardo alla sua attività professionale, voglio riportare soltanto un episodio che mi ricorda sua sorella Maria Teresa.
Ho già accennato alla nostalgia di Franco per la terra dove era nato, la Libia. C’è stato un momento in cui sembrava potersi realizzare il suo sogno di ritornare a vedere quei luoghi. Fu quando venne inviato in Libia come giornalista al seguito di un’importante missione dell’ENI. Era tutto pronto per la partenza quando si venne a sapere che Gheddafi aveva posto il veto sulla presenza di Franco, non concedendogli il visto perché persona indesiderata. Il rifiuto fu motivato con il pretesto dei suoi trascorsi libici, come se si potesse parlare di trascorsi per un bambino che aveva appena otto anni quando lasciò la Libia. Fu un momento di grande amarezza per Franco, soprattutto perché poneva definitivamente fine alla sua speranza di ritornare a vedere Tripoli.
Un giorno, tanti anni dopo, quando io e lui eravamo ormai in pensione, ricevetti una sua inattesa telefonata con la quale mi parlava degli sviluppi della sua patologia. Altre volte ci eravamo confrontati riguardo alla malattia perché il destino ha voluto – ecco che ritorna il destino – che dopo aver condiviso gli anni della nostra attività lavorativa, noi due fossimo associati anche nell’infermità. Quella telefonata fu però diversa per il tono drammatico che assunse. Franco mi chiamava per informarmi che la malattia lo aveva aggredito in una delle cose cui teneva di più: nell’uso della parola. Traspariva in quello che diceva, che si sforzava di dire, un velo di umiliazione e la ferma decisione di chiudersi nel silenzio. Io interpretai tutto questo, forse sbagliando, come la richiesta di non essere cercato. Quanto dolore doveva esserci in quella muta chiusura, in lui che era stato “la voce di Matera”.
Io che avevo condiviso con lui tanti anni di vita, avrei dovuto cercare il modo per riuscire a comunicare ugualmente, avrei dovuto trovare il modo per proseguire un dialogo con lui. Confesso che non l’ho fatto e, per questo, in questa ora triste, sono qui a chiedergli perdono. Non lasciamoci sfuggire l’occasione che questo anno 2026, ma in fondo tutto il tempo che ci sarà dato, possa essere davvero per noi il tempo del dialogo, della riconciliazione. Un tempo che ci faccia tornare, come ci può testimoniare la vita intensa di Franco Di Pierro, a tenere sempre aperta la nostra porta che si affaccia sulla vita.




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