Non sappiamo se papa Francesco, tanto più papa Leone XIV, abbia conosciuto l’esempio di questo grande santo, precursore degli ordini mendicanti, che riposa nella cattedrale di Matera. Eppure è grazie alle sue parole che possiamo comprendere il particolare carisma di Giovanni. Nel corso del suo viaggio in Messico del febbraio 2016, infatti, papa Francesco ha detto: «La Chiesa, quando si raduna in una maestosa Cattedrale, non potrà fare a meno di comprendersi come una “piccola casa”, in cui i suoi figli possono sentirsi a proprio agio. Davanti a Dio si può rimanere solo se si è piccoli, se si è orfani, se si è mendicanti. Il protagonista della storia di salvezza è il mendicante».
Il mendicante, con la sua mano tesa, si muove verso l’incontro con l’altro uomo. È questo tentativo dell’uomo bisognoso di tutto che fa uscire la storia dal suo immobilismo. È una legge alla quale si è sottoposto Dio stesso; anche Lui si è fatto povero per poter cambiare la vita degli uomini. Cristo si rivela dunque come il mendicante del cuore dell’uomo. Scoprire che Cristo si fa umile mendicante del nostro povero cuore, è un’esperienza che non lascia indifferente nessuno di noi. Non ha lasciato indifferente, evidentemente, nemmeno quel giovane che intorno all’anno Mille tra le vicende della vita cercava la sua strada.
Quasi nulla sappiamo di quando Giovanni era poco più di un ragazzo. Ma possiamo essere certi che egli, come uno qualsiasi dei nostri ragazzi, cercava con trepidazione la strada della sua felicità. Non sappiamo cosa avvenne precisamente nella sua vita, ma certamente anche a lui fu annunciato il Vangelo e anche lui si sentì ripetere le parole che il Signore rivolse al giovane ricco: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (Mc 10,21). Dice il testo della pagina evangelica che il giovane aveva molti beni, da cui non volle separarsi. Anche Giovanni era un giovane ricco, anche lui si sentiva direttamente interpellato da queste parole. Ma, rispetto a quella del giovane di cui parla il Vangelo, diversa fu la sua risposta. Giovanni abbandonò tutto quello che aveva, abbandonò gli agi della famiglia. La sua scelta fu quella che sarà di San Francesco di Assisi e di tanti altri nella Chiesa.
Si dice che la scelta di abbandonare tutto sia una mortificazione, sia espressione di una totale rinuncia. Si dice che scaturisca dal disgusto per le cose terrene, dalla considerazione della loro vanità, dalla delusione o da quella inevitabile frustrazione che sempre accompagna le imprese umane. Anche di Giovanni de Scalzonis si è detto questo. Ma non può essere così.
Il Vangelo non ci chiede una rinuncia. Al contrario – lo abbiamo letto – ci fa una promessa: «avrai un tesoro». Qual è questo tesoro? Nel versetto del Vangelo citato, Marco scrive: «Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai”». Il “tesoro” era questo sguardo di Cristo che «fissatolo, lo amò». Giovanni, di fronte a Cristo che si faceva mendicante del suo cuore, abbandonò tutto e Lo seguì. Senza rimpianti, lasciò la sua terra. Che rimpianti poteva avere avuto il padre Abramo nel lasciare la sua terra se il Signore gli aveva promesso una discendenza più numerosa delle stelle nel cielo?
Ma Giovanni, così giovane, così fragile, non avrebbe potuto fare una scelta tanto radicale se non avesse avuto un sostegno. Questo sostegno fu la sua comunità. Fu la Chiesa che in quegli anni, per altri versi sconvolgenti, aveva assicurato ai suoi figli la sua confortante maternità. Aveva dato la sua vita e l’aveva donata in abbondanza. Furono anni in cui la comunità ecclesiale di Matera, come tutta la Chiesa, generò un numero straordinario di santi. Oltre a San Giovanni, alla Beata Eugenia, a Sant’Ilario Abate, vi furono – scrisse l’Arcivescovo di Matera mons. Anselmo Pecci – «numerosi altri campioni di una non mai vista per l’innanzi così lunga primavera di santità, dal secolo XI al XIII, fu l’alito animatore onde si fecondarono e si schiusero alla vita i primi olezzanti sbocci della moderna civiltà».
Attorno a questo ideale di mendicanza, fatto proprio da Giovanni, la vita rifiorì. Come nella promessa fatta ad Abramo, si moltiplicarono le “stelle nel cielo” a illuminare il buio del cielo notturno in cui era immersa quell’epoca. Nell’esperienza di San Giovanni Abate, sorprende proprio questo moltiplicarsi della vita, questo continuo riprodursi, questa fecondità. Erano sei i monaci che si erano uniti a lui al momento della fondazione della congregazione; ma, appena sei mesi dopo, la sua comunità si era arricchita di ben cinquanta confratelli. Quaranta saranno i monasteri sparsi in tutta Italia, anche nell’Italia settentrionale – fatto insolito per un movimento religioso sorto nel sud.
Tra i vari centri dove si conserva la memoria, ancora oggi, del passaggio della congregazione fondata dall’Abate mendicante, c’è la città di Pisa. Forse non tutti sanno che in questa città vi è una seconda torre pendente, oltre la nota torre di Piazza dei Miracoli. È la torre campanaria di San Michele degli Scalzi. Gli Scalzi erano chiamati i frati della congregazione di San Giovanni de Scalzonis, degli scalzi, appunto.
A Pisa questi frati ebbero un ruolo notevole nell’accoglienza delle persone più bisognose. Durante l’epoca di Pisa Repubblica Marinara, le disparità sociali erano molto accentuate in questa città divenuta centro di potere su tutto il Mediterraneo. Mentre i nobili conducevano una vita tra enormi ricchezze, i ceti meno abbienti dovevano accontentarsi di vivere di elemosina e potevano trovare particolarmente nell’azione caritativa degli Scalzi una risposta ai loro bisogni più immediati.
L’esempio della carità di questi frati fu particolarmente apprezzato da un canonico della cattedrale di Pisa, Ranuccio Bandinelli, un sacerdote che fu poi chiamato a Roma, dove riceverà la porpora cardinalizia e dove, il 7 settembre 1159, sarà eletto papa col nome di Alessandro III. Più tardi, nel 1177, Alessandro III volle recarsi a Foggia, sulla tomba di Giovanni da Matera per rendere testimonianza alla sua santità. Da allora l’Abate materano è venerato come santo nella Chiesa cattolica.
In un’epoca che fu definita “il secolo buio”, l’amicizia cristiana testimoniata da questi monaci mendicanti fu una luce, fu «un fremito di vita nuova», come si esprime Gregorio Penco nella sua Storia del monachesimo in Italia. Giovanni da Matera, «da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Egli diventò un protagonista del suo tempo, un protagonista della rinascita sociale e della rinascita della Chiesa. Giovanni e i suoi amici – sono parole di mons. Pecci – come giganti «dominarono i tempi in cui vissero». San Giovanni diventò protagonista della storia attraverso la sua povertà. Attraverso, semplicemente, quella luce che il Signore aveva messo nei suoi occhi quel giorno che «fissatolo, lo amò».
Con la stessa luce, l’Arcivescovo mons. Anselmo Pecci desiderava fosse illuminata un’altra epoca, non meno buia. Quando fu pubblicata una delle sue due Lettere pastorali dedicate a San Giovanni da Matera, in vista della ricorrenza dell’ottavo centenario della morte che si sarebbe celebrato nel 1939, tutta l’Europa era oppressa dal buio di un totalitarismo che pretendeva di umiliare l’uomo e di estirpare la fede in Dio, un potere che chiamava a una guerra di distruzione totale, che sopprimeva i figli di Abramo nei campi di sterminio. Mons. Pecci indicava allora la strada sicura tracciata da San Giovanni, l’uomo che aveva abbandonato tutto per farsi mendicante. È la strada che passa dalla “porta stretta”, dal piccolo mondo del cuore dell’uomo. Non è la strada indicata dal potere degli uomini. Non è la strada spianata dai poderosi mezzi di cui dispongono le grandi civiltà, le grandi potenze.





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