Nel cuore della Val di Fassa, a Soraga, si trova un albergo gestito da una comunità laicale che tra i propri carismi ha anche quello di gestire questa struttura come un’oasi di spiritualità e di relax a disposizione dei propri ospiti, tra cui molti sacerdoti.
In questa struttura, su invito del nostro Arcivescovo, si sono svolte dal 27 luglio all’1 agosto le vacanze di fraternità a cui abbiamo partecipato in 34 tra sacerdoti e seminaristi delle nostre due Diocesi di Matera-Irsina e Tricarico.

Tra escursioni, visite alle bellezze paesaggistiche e culturali della zona non sono mancati naturalmente i momenti di preghiera comunitaria e la celebrazione eucaristica preceduta ogni sera da un tempo di riflessione e condivisione sulla lettera enciclica Dilexit nos di papa Francesco sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo.
Anche noi sacerdoti abbiamo bisogno di staccare ogni tanto dai nostri impegni e responsabilità pastorali e da quelle fatiche che rischiano di raffreddare il nostro entusiasmo e di compromettere anche la qualità del nostro ministero.
E’ giunto quindi come sorpresa gradita l’invito di Mons. Ambarus non solo a riposarci un po’ ma anche a stare insieme con lui e tra di noi, a conoscere i seminaristi che presto saranno nostri confratelli nel sacerdozio e crescere in quella comunione presbiterale che non solo tanto bene fa ai nostri cuori ma diviene sicuramente, anche per coloro che incontriamo, testimonianza di speranza e di gioia.


A guidarci idealmente in questo tempo è stata anche la figura del beato Papa Giovanni Paolo I che abbiamo riscoperto visitando il museo a lui dedicato nel suo paese natale di Canale D’Agordo (BL). Le sue povere origini, la sua sincera umiltà, il suo amore per la Chiesa e il suo costante affidamento alla Provvidenza divina ci hanno accompagnato continuando ad indicare a tutti noi quel sentiero arduo verso la santità che, proprio come un’escursione sui monti, richiede sacrificio e costanza per essere percorso fino alla meta.
Ecco forse il regalo più bello che abbiamo portato con noi dal Trentino dopo questa breve vacanza insieme: quel clima ecclesiale di fraternità in cui riposare il corpo e lo spirito nella gioia di riscoprirci presbiterio non solo per quello che facciamo ma per quella vocazione comune che è dono gratuito di Dio e che ogni giorno dobbiamo alimentare; una vocazione che difficilmente può sopravvivere senza quella vita comunitaria soprattutto con i confratelli anche se spesso fatichiamo a ricercarla perché anche noi siamo tentati dall’individualismo, dal narcisismo e dall’autoreferenzialità.




Quei giorni sono terminati e sicuramente tutti ci siamo rituffati nei tanti appuntamenti di cui sono colme le nostre agende pastorali ma sicuramente conserveremo quel clima di gioia e di raccoglimento che fa crescere, soprattutto in noi sacerdoti, quella che Albino Luciani chiamava la «grande disciplina della Chiesa».
Scriveva a proposito Papa Giovanni Paolo I al clero Romano il 7 settembre del 1978 che essa è la capacità di trovare un limite al nostro attivismo, la sapienza di non lasciarsi assorbire totalmente da quello che facciamo ma di saper ritagliarsi un tempo, come a noi è stato donato in questa vacanza di fraternità, per staccarci da tutto e unirci più intimamente al “nostro Dio” ritagliando un po’ di silenzio per l’anima, per il bene nostro ma anche a beneficio di coloro che dobbiamo servire senza ansie e agitazioni.
Ci siamo davvero sentiti come il facchino incontrato alla stazione di Milano dal Papa beato e che portava come esempio concreto sempre nel suo discorso al clero romano: «appoggiata la testa ad un sacco di carbone addossato a un pilastro, dormiva beatamente… I treni partivano fischiando e arrivavano cigolando con le ruote; gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti; la gente andava e veniva con brusio e rumore, ma lui – continuando a dormire – pareva dicesse “fate quel che vi pare, ma io ho bisogno di star quieto”».


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