Di Vito Salinaro da Avvenire del 2 agosto 2026
La legge 108 del 1996 per la lotta all’usura «non è più adeguata. È tempo che la politica – tutti gli schieramenti, nessuno escluso – vari modifiche rilevanti, e che lo faccia con urgenza, per intercettare le nuove emergenze non incluse dal vecchio provvedimento». L’appello, netto e impellente, è del nuovo presidente di Caritas Italiana, l’arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, Benoni Ambarus, da poco più di due mesi presidente della Commissione episcopale per il Servizio della carità e la salute della Cei. Il presule intende così rilanciare l’impegno della Consulta Nazionale Antiusura che chiede da tempo cambiamenti sostanziali, in particolare agli articoli 14 (Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura) e 15 (Fondo per la prevenzione del fenomeno dell’usura) della legge.
Negli ultimi anni, alcuni nodi segnalati anche dalla Consulta sono stati modificati, grazie a un lavoro condiviso con il Commissario governativo Antiracket e antiusura, il Mef e l’Abi, nell’Osservatorio nazionale previsto dall’Accordo per la prevenzione e il contrasto dell’usura. Tra questi, l’introduzione di un “tutor”, una figura di consulenza e assistenza da affiancare alle vittime; o il più efficace rapporto con le banche per favorire l’erogazione dei finanziamenti, grazie al rafforzamento delle garanzie a valere sul Fondo, e il riconoscimento, quale ultima istanza, della garanzia dello Stato; il riequilibrio dell’assegnazione del Fondo di prevenzione che assegnava il 70% ai Confidi e il 30% a Fondazioni e associazioni, che è stato portato al 60/40%, rispetto alla misura del 50/50 chiesta dalla Consulta.
Tra i provvedimenti non del tutto sviluppati, vi è il rafforzamento degli strumenti di confisca dei beni e del denaro derivanti dall’usura, con possibile destinazione delle risorse recuperate al sistema di tutela delle vittime e di prevenzione. Così come, specifica la Consulta, «in merito alla riforma del Fondo di prevenzione (art. 15) con il Dm del 27 febbraio 2026, servirà prestare attenzione alla fase attuativa dei testi per continuare a garantire l’operatività capillare delle Fondazioni antiusura, anche quelle più piccole, ma presenti in aree molto a rischio».
E le proposte non ancora accolte? Il nodo più importante dell’articolo 14, rilancia Ambarus, «è l’estensione del Fondo di solidarietà alle famiglie e alle persone fisiche» oggi previsto solo ai soggetti economici. Nodi irrisolti, tra gli altri, sono quelli del riconoscimento dei costi sostenuti dalle Fondazioni e associazioni, per la copertura dei quali la Consulta chiede una dotazione stabile del Fondo; ancora, l’introduzione di un meccanismo di priorità nelle denunce, sul modello del “Codice rosso”, che protegga le vittime.
Senza il recepimento di queste istanze – non affrontate dalla pur importante legge 3/2012 sul sovraindebitamento, che ha poi portato al Codice di composizione d’Impresa e dell’insolvenza, per l’esdebitamento dei soggetti non fallibili – «non si intercetteranno gli alvei di sofferenza profondamente mutati rispetto a 30 anni fa. Oggi – spiega Amabarus – le richieste di aiuto arrivano da persone che non necessariamente rientrano nei classici casi di “strozzinaggio” ma che, allo stesso tempo, sono nei guai perché non dispongono di garanzie per accedere al credito ordinario in quanto non possono assicurare una restituzione totale del debito. Oppure, si tratta di persone che accettano un sovraindebitamento in un momento di concitazione per far fronte a spese indifferibili, come quelle sanitarie».

È dunque una platea più ampia rispetto ai decenni scorsi?
Sì. Chi non ha i soldi per curarsi chiede un prestito, a volte ricorrendo alle revolving card (che consentono la rateizzazione delle spese, ndr) o a nuove agenzie finanziarie, spesso senza scrupoli. In molti casi, i richiedenti, non avendo una situazione lavorativa consolidata, non riescono a rifondere quel debito, che nel frattempo genera interessi sempre più grandi. Su quel debito, cioè, se ne fa un secondo e poi un terzo, fino ad arrivare a una situazione in cui non c’è più alcuna possibilità di rimettere in piedi le proprie finanze. Scenari diversi rispetto alla vecchia legge.
Quanto incide il gioco d’azzardo in un simile contesto?
Enormemente. Aumentano le persone che si indebitano per il gioco, che gioco non è, ma è una piaga, paradossalmente “sponsorizzata” e “legalizzata” dallo Stato: è moralmente inaccettabile. Oggi anche se il giocatore non ha soldi, entra nei locali con le slot e ottiene facilmente un prestito immediato, con l’impegno di restituire il denaro in seguito. Tutto questo comporta un’enorme fatica psicologica, relazionale e materiale. E allora serve rimettere mano alla legge. Mi preoccupa il pensiero che spesso politici e istituzioni non abbiano una reale consapevolezza della gravità della situazione.
Un recente report di Adiconsum e “Movimento difesa del cittadino” evidenzia un aumento del sovraindebitamento, con il 59,6% degli italiani maggiorenni che ha almeno un contratto di credito rateale attivo, e un costo medio dei finanziamenti tra i più alti d’Europa (Taeg medio 10,29% nel 2025). A fronte di molti sportelli di consulenza gratuiti e fondi antiusura, si registra una forte criticità nell’accesso alle procedure giudiziali, proprio mentre crescono agenzie di debito poco trasparenti. Quanto è pericolosa la diffusione di queste agenzie?
È un altro allarme rosso sottostimato, e scarsamente rilevato nella precedente legge. La nostra è una società che ha un rapporto malato con il denaro: viviamo troppo sul debito. Anche per comprare un’auto, una tv o qualsiasi altra cosa, si ricorre alle rate, e qualche volte non potremmo permettercelo. Da anni la stessa politica denuncia l’impoverimento della popolazione ma senza assumere soluzioni adeguate. Anzi, sono stati ridotti i fondi statali di garanzia proprio per queste finalità. Quando il reddito non basta più, si ricorre agli espedienti. Se ho una malattia, se devo fare una spesa urgente, purtroppo (o per fortuna, per non rivolgermi ai criminali della strada che “prestano” denaro) trovo una risposta nelle revolving card. Ma quello è strozzinaggio, è usura legalizzata con tassi di interesse che schizzano all’11, al 13, al 15%.
Da qui il suo appello.
Chiedo alle istituzioni di convocare e ascoltare fondazioni e associazioni impegnate seriamente, e ogni giorno, su questo fronte. Per non commettere l’errore di partorire altri provvedimenti legislativi non adeguati alla realtà.
Non converrebbe lavorare di più anche sull’educazione?
Sì ma non sarà mai abbastanza. Perché il più delle volte è la disperazione a spingere la gente verso queste situazioni. Chi ha un figlio malato e deve affrontare lunghe liste di attesa, chi ha perso l’occupazione, chi vive nel precariato o lavora in nero e non riesce più a pagare l’affitto o il mutuo, chi ha l’auto guasta e non sa come andare a lavorare, è dominato dalla disperazione. Queste persone si trovano davanti un sistema bancario che dice semplicemente “tu qui dentro non puoi entrare, non possiamo aiutarti”. Senza stabilità economica o credenziali sufficienti, andare in banca significa ricevere un rifiuto sicuro. Noi incontriamo ogni giorno queste persone.
Quali sono?
Le famiglie monoreddito o con lavori precari e in nero, che non hanno alcuna barriera di protezione di fronte alle emergenze; i piccoli commercianti e artigiani, spesso esclusi dai circuiti bancari e schiacciati dalla mancanza di liquidità corrente; e i soggetti affetti da dipendenze che diventano preda facile di sistemi di credito rapido e aggressivo, trascinando nel baratro anche le famiglie. La popolazione è impoverita. Se non si ridistribuisce la ricchezza, ripensandola con criteri nuovi, avremo sempre un sistema iniquo. Ma mi sta a cuore un’altra fascia, di cui ci si ricorda poco. Sono i padri di famiglia che si separano, e devono mantenere mogli, figli, l’abitazione. Li incontro e mi fanno tenerezza, sono sul crinale, molti di loro rischiano il crollo. A quel punto, o incontri qualcuno che riesce a metterti di nuovo nell’ascensore per riportarti su, oppure entri nei giri danteschi dell’inferno sociale. Dobbiamo impedirlo.

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