«Qua nessuno ci vuole». Ceuta, i ragazzi di Tetouan e noi

Verità e narrazioni di un mondo che non sa cogliere il volto umano delle migrazioni.

Guardando “l’invasione” dei 60mila del giorno 30 luglio a Ceuta, pochi forse avranno pensato che tutto quello che stava accadendo potesse in qualche misura riguardarci, potesse riguardare il modo con cui nella nostra città, a Matera, stiamo vivendo questi giorni e questo frangente che ci vede Capitale mediterranea del dialogo e della cultura, insieme alla città marocchina di Tetouan.

L’enclave di Ceuta, presidio spagnolo sulla costa africana del Mediterraneo, è stata teatro di scene apocalittiche che hanno visto grandi masse di disperati riversarsi in un piccolo territorio abitato da poco più di 80mila persone. Non poteva esserci una tempesta perfetta come questa per arroventare le polemiche già accese sul tema dei migranti.

Guardando meglio quelle drammatiche immagini, intanto, si poteva vedere come si trattasse nella stragrande maggioranza di giovani, anzi di adolescenti che si aggiravano smarriti nella città. Certo, si sono viste anche scene di devastazioni, ma anche qui colpiva notare come le forze dell’ordine intervenute non trovavano particolari difficoltà a riportare prontamente sotto controllo la situazione, evidentemente proprio per la giovane età, per l’ingenuità degli “invasori”. «Ci hanno detto» spiega candidamente uno di questi ragazzi a Monica Perosino del quotidiano La Stampa, «che il confine era aperto, che la Spagna ci stava aspettando».

Lo hanno capito subito che non era vero. Che qualcuno li aveva ingannati. E, certo, sarà importante poi capire chi sia stato questo qualcuno che li ha voluti ingannare. Quasi tutti comunque se ne sono tornati a casa, in Marocco, già nel giorno dopo. Perché, come riferisce uno di questi ragazzi, sempre alla giornalista della Stampa, «Abbiamo fame, sete, qua nessuno ci vuole. Non sappiamo dove dormire, preferisco tornare indietro prima di morire di fame».

Ma da dove arrivavano, di preciso questi ragazzi? Perché poi bisogna provare a vederci meglio per capire qualcosa. Le città di provenienza, spiega Perosino, sono «Fez, Tangeri. Tetouan, Larache, Casablanca». Ovviamente, moltissimi se non quasi tutti venivano da Tetouan, la città più vicina, ad appena una trentina di chilometri da Ceuta. Dalla città amica di Tetouan che celebra insieme a Matera l’anno di Capitale mediterranea.

È un peccato che questa cosa rovini la loro festa; e la nostra. Comunque sia, tutto questo un po’ ci ferisce. Perché forse anche noi, dalla nostra città, dovremmo far sentire forte la nostra voce. O dovremmo avere il coraggio di guardare questi ragazzi negli occhi, riconoscere il volto umano delle migrazioni. Come si fa a vedere ostilità in dei ragazzi che pensavano sinceramente, nella loro ingenuità ancora adolescenziale, «che la Spagna ci stava aspettando»?

Dovremmo almeno smetterla di costruire, sulle spalle di questi poveretti, strumentali narrazioni. Una in particolare: l’idea che quello che è successo a Ceuta possa essere la dimostrazione che i flussi migratori sarebbero sospinti da motivazioni religiose, da piani di invasione del mondo islamico sul territorio europeo.

Purtroppo, abbiamo visto come a poco sia servito far notare che Ceuta, per quanto possa essere un’enclave spagnola, è comunque territorio africano e non è Europa, non è parte dell’Unione Europea, tanto meno da Ceuta si sarebbe avuto accesso nell’Unione. Ma si sa che quando si è nel pieno di guerre ibride come quelle che stiamo vivendo, la verità è la prima cosa che viene sacrificata. Per cui, come si diceva, si costruiscono a bella posta narrazioni alternative rispetto a ciò che è la realtà.

Ogni attento osservatore avrebbe potuto notare, fin dal primo momento, che nelle cronache della crisi di Ceuta c’era qualcosa che non quadrava. Il fatto soprattutto che, secondo quella che è stata la tesi prevalente, “l’invasione” fosse un atto ostile del Marocco verso l’Unione Europea. Una narrazione che si è vista per esempio nella reazione del governo Meloni che ha portato l’Italia a voler sospendere Schengen.

Ma come? Che fine ha fatto il Piano Mattei? Il progetto di coinvolgere il continente africano in un processo di sviluppo? Un piano che aveva trovato proprio nel Marocco un valido sostenitore, uno dei Paesi pilota. È mai credibile che un paese amico, dalla sera alla mattina, diventi una minaccia al punto da chiudere le frontiere?

Si può capire la preoccupazione, più che legittima, di Giorgia Meloni, di contenere le escandescenze di Futuro Nazionale, ma il delicatissimo problema dei migranti non può essere sacrificato per le scaramucce della politica italiana. Quello che comunque non si può capire è il tentativo di nascondere la realtà.

E la realtà è che il Marocco è tutt’altro che un paese arretrato da cui la popolazione fugge in massa, anzi è un paese che ha fatto tanto per il contenimento dei flussi migratori. Il Marocco è diventato oggi il primo polo automobilistico dell’Africa, il Marocco ospita quello che è ormai il più grande porto del Mediterraneo, è attraversato dall’alta velocità ferroviaria, ha una rete autostradale di circa duemila chilometri e, soprattutto, ha gli indici di povertà più bassi dell’intero continente africano. Insomma, è un paese che si sta avviando speditamente sulla strada dello sviluppo economico. E ne sanno qualcosa i tedeschi che hanno visto la concorrenza marocchina mettere in ginocchio la loro solidissima industria automobilistica. Un po’, del resto, quello che si è visto anche con l’agricoltura italiana.

Se è vero che ancora non tutta la popolazione del paese africano ha potuto beneficiare di tanto benessere, è anche vero che non vi sono vere ragioni che possano spingere i giovani ad abbandonare in massa il Marocco. Dunque, cosa è successo? È difficile stabilirlo e forse si sono intrecciate tante ragioni se si pensa che c’è chi ritiene di aver riscontrato il moltiplicarsi di fake news circolate sui social e che avrebbero spinto quei ragazzi verso Ceuta.

Zineb Riboua, un’importante blogger di etnia berbera, principale componente etnica del Marocco, ritiene più verosimile attribuire l’incidente – se di incidente si può parlare – al clima di campagna elettorale che sta agitando il Marocco, chiamato alle urne nel prossimo mese, clima che sta intorbidendo le acque e da cui verosimilmente ha preso corpo la bufala dell’ostilità contro la Spagna e l’Europa.

Si potrebbero fare lunghe analisi per comprendere i fatti del 30 luglio. Ma per capire quanto falsa sia questa pretesa ostilità marocchina basterebbe spostarsi sui campi di calcio. Il prossimo mondiale infatti si giocherà negli stadi di Marocco, Spagna e Portogallo. E questo proprio per consacrare quel clima di ritrovata amicizia, addirittura di euforia, tra i paesi che si affacciano sullo Stretto di Gibilterra. Che mai è stato così stretto.

«Il Marocco» spiega Zineb Riboua, «rimane un paese in via di sviluppo. Difficoltà sociali ed economiche reali persistono, e frustrazioni legittime meritano di essere prese sul serio. Tuttavia, descrivere il paese come senza speranza non aiuta nessuno, né i marocchini né chiunque sia interessato a riforme significative. In pratica, quella narrazione giova principalmente a due gruppi: persone che cercano di giustificare la migrazione illegale, e coloro che cercano di spogliare lo stato marocchino della sua legittimità».

Il riscatto del Marocco ha coinciso con un momento particolare, quando il Marocco ebbe accesso alle semifinali nella Coppa del mondo di calcio del 2022 dopo aver eliminato – incredibile a dirsi! – Spagna e Portogallo. Fu uno degli eventi più clamorosi della storia del calcio mondiale. Rimase a testimonianza del fatto l’iconica fotografia del capo del governo del Marocco che assiste alla telecronaca delle semifinali insieme al Presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Il successo calcistico del Marocco è stato poi riaffermato con la vittoria della Coppa d’Africa nello scorso anno. Protagonista di questi successi sportivi che tanto hanno significato nell’immaginario collettivo marocchino è stato Fouzi Lekjaa il quale, come era inevitabile, è diventato poi un personaggio pubblico di primo piano che pertanto – così pare – si appresterebbe a scendere in campo, non soltanto negli stadi sportivi, ma anche in politica.

Secondo la blogger Zineb Riboua, il futuro politico del Marocco potrebbe essere nelle mani di Fouzi Lekjaa. Non sappiamo se tutta questa benevolenza da parte della blogger sia influenzata dal fatto che, come lei, appartiene all’etnia berbera anche Fouzi Lekjaa se lo descrive come «il presidente altamente capace della Reale Federazione Marocchina di Calcio. A Lekjaa viene attribuito ampiamente il merito di aver guidato la storica corsa del Marocco alle semifinali della Coppa del Mondo 2022 e di aver trasformato la nazionale in una forza globale. Ora sta usando il suo ruolo chiave nella vittoria e nella preparazione per la Coppa del Mondo 2030, co-ospitata con Spagna e Portogallo, per rafforzare il suo profilo come potenziale primo ministro e per approfondire la sua posizione come una delle figure pubbliche più influenti del paese».

Non siamo noi a poter dire se questa sarà la strada che seguirà il Marocco per aggiungere altri successi a quelli già conseguiti. Del resto, non spetta a noi dirlo, ma ai marocchini stessi che si recheranno a votare tra qualche settimana. Possiamo soltanto dire che, dopo quello che è successo a Ceuta, sarebbe bene accantonare le polemiche e aspettare che l’arbitro riporti la palla al centro, fischiando l’inizio della ripresa. Che dovrà essere tale non soltanto sui campi di calcio.

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