Magnifica Humanitas, il giornalismo davanti alla sfida dell’intelligenza artificiale

Nel Salone degli Stemmi dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina il convegno promosso da UCSI Basilicata e Puglia, Ordine dei giornalisti della Basilicata e Arcidiocesi. Al centro la prima enciclica di Papa Leone XIV e il compito di custodire l’umano nel tempo degli algoritmi.

È stata la prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, il punto di riferimento centrale del convegno “Custodire voci e volti umani. Giornalismo al tempo dell’IA tra deontologia, prossimità, empatia e servizio”, promosso dall’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI) delle sezioni di Basilicata e Puglia, insieme all’Ordine dei giornalisti della Basilicata e all’Arcidiocesi di Matera-Irsina, con il sostegno del Fondo Etico della Banca di Credito Cooperativo della Basilicata.

In apertura Lucia Nardiello, presidente UCSI Basilicata, ha sottolineato il filo che lega il Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali “Custodire voci e volti umani” a Magnifica Humanitas: se il messaggio per le comunicazioni sociali interpella direttamente i giornalisti di fronte a fake news, deepfake e manipolazioni digitali, l’enciclica amplia lo sguardo, facendo dell’intelligenza artificiale non un problema soltanto tecnico ma una questione che riguarda l’intera famiglia umana, la dignità della persona e la qualità delle relazioni sociali.

Nel suo saluto iniziale, Erasmo Bitetti, direttore dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, ha richiamato il luogo stesso dell’incontro: il Salone degli Stemmi, dove ci si trova “circondati da una marea di volti”, segno di una storia da custodire. La sfida dell’IA , ha osservato, non riguarda solo il giornalismo, ma ha carattere antropologico.

Da qui la domanda posta ai partecipanti: “come comunicare la bellezza e la grandezza di un Fatto accaduto?”. Una domanda che interpella tanto la professione giornalistica che la comunicazione ecclesiale, chiamate a trovare linguaggi nuovi mantenendo vivo “il gusto della curiosità e della scoperta del vero”.

La presidente dell’Ordine dei giornalisti della Basilicata, Sissi Ruggi, ha posto al centro il valore della deontologia professionale. L’intelligenza artificiale, ha ricordato, sta modificando profondamente il modo in cui i contenuti informativi vengono prodotti e diffusi, ma non va accolta in modo acritico. Il riferimento è andato all’articolo 19 del codice deontologico, secondo cui “l’intelligenza artificiale non può in alcun modo sostituire l’attività giornalistica”. Anche quando il giornalista si avvale di strumenti di IA, ha ricordato Ruggi, resta necessario dichiararne l’uso, verificare fonti, dati e informazioni e assumersene pienamente la responsabilità.

Mons. Benoni Ambarus ha collocato il tema del convegno dentro l’orizzonte più ampio di Magnifica Humanitas richiamando fin dall’inizio la domanda biblica sull’uomo. Partendo dal Salmo 8 (“Quando io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura?“) ha ricordato la grandezza della creatura umana, fatta “poco meno degli angeli”, ma ha aggiunto che, nella prospettiva cristiana, l’uomo può essere compreso persino come “poco più degli angeli”, perché figlio.

È da questa dignità filiale, prima ancora che da una riflessione tecnica, che occorre partire per affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale. L’enciclica di Papa Leone XIV invita a custodire l’umano in un tempo in cui la grandezza dell’uomo appare insieme evidente e contraddetta. L’essere umano, capace di opere meravigliose nella creazione, nell’arte e nella conoscenza, è anche capace di gesti brutali e disumanizzanti. In questo contrasto si inserisce la domanda centrale di Magnifica Humanitas: quale umanità vogliamo custodire e alimentare?

Da qui il passaggio al cuore della questione: l’intelligenza artificiale non è semplicemente un tema tecnologico. “Non siamo davanti a un tema tecnologico”, ha affermato l’Arcivescovo, ma a “un contesto sistemico” che ridefinisce il rapporto dell’uomo con il potere, con la conoscenza e con la propria idea di sé. Non cambia soltanto il modo in cui si lavora, ma il modo in cui gli esseri umani costruiscono il proprio rapporto con la realtà. Per questo la riflessione sull’IA non può essere confinata agli specialisti, ma chiama in causa la cultura, la politica, l’economia, l’informazione e la coscienza personale.

Particolare attenzione è stata dedicata alla tendenza ad antropomorfizzare le macchine. L’arcivescovo ha parlato di una deriva nella quale sistemi artificiali vengono percepiti come interlocutori umani, soprattutto dai più giovani, perché sembrano ascoltare, rispondere, non giudicare e assecondare. Il rischio non è solo l’uso improprio di uno strumento, ma la trasformazione del nostro modo di intendere la relazione, la fiducia e il giudizio. In questo senso, Magnifica Humanitas chiede di mantenere alto l’orizzonte dell’umano e di non diventare prigionieri degli algoritmi.

Mons. Ambarus ha poi indicato alcuni ambiti nei quali l’intelligenza artificiale agisce già come forza sistemica: la valutazione dei lavoratori, la possibile standardizzazione dei protocolli assicurativi e sanitari, l’uso dei dati clinici e genetici per determinare costi, accessi o esclusioni. In questi casi non è in gioco solo l’efficienza di un processo, ma la possibilità che una macchina stabilisca il valore di una persona, la sua affidabilità, la sua vulnerabilità, perfino la sua assicurabilità. Per questo ha richiamato la definizione dell’intelligenza artificiale come “nuova questione sociale sistemica”.

Un altro passaggio rilevante ha riguardato il tema del “disarmare”. Secondo mons. Ambarus, non si tratta soltanto di disarmare l’intelligenza artificiale, ma di “disarmare le persone che armano l’intelligenza artificiale” mettendo in evidenza gli interessi economici, ideologici e culturali di chi progetta le applicazioni digitali.

Ai giornalisti, indicati come uno dei pochi baluardi critici in un tempo di crescente automazione, Mons. Ambarus ha rivolto l’invito a tornare alla concretezza dell’incontro: “consumare le scarpe, consumare la mente” e “lasciarvi ferire dalle persone”. Il giornalismo non può accontentarsi di elaborare materiali già disponibili ma deve nascere dall’ascolto delle persone, soprattutto di quelle più esposte, fragili o dimenticate. “Il virgolettato può venire per voi solo dall’incontro con le persone”.

Per mons. Ambarus, il giornalista non è chiamato soltanto a riportare informazioni, ma a testimoniare la luce, la fatica, la frustrazione e il mistero umano che stanno dentro una notizia. Dare voce ai “bassifondi dell’umanità” non significa produrre statistiche, ma ascoltare il dramma di una persona fino a sentirlo, almeno in parte, come proprio. È in questo passaggio che la professione giornalistica assume il carattere di una vocazione: non un lavoro da svolgere a distanza dalla realtà, ma una presenza capace di lasciarsi raggiungere e ferire da ciò che racconta.

La relazione di Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, ha collocato il tema dell’intelligenza artificiale dentro la cornice etica e antropologica proposta da Magnifica Humanitas. Il rapporto tra tecnologia e persona può essere letto a partire dalla distinzione tra avere ed essere: “Si ha di più, ma non si è di più”. Quando la persona viene misurata solo in termini di efficienza, prestazione o possesso, la sua dignità rischia di essere oscurata.

Corrado ha indicato nel primato delle relazioni il criterio fondamentale per orientarsi nel “labirinto” del tempo presente. La persona, ha ricordato, “non è una sommatoria di dati, né una semplice produttrice di valore misurabile. È volto, è storia, è chiamata”. In questa prospettiva le tecnologie possono e devono servire il bene comune, ma quando diventano criteri assoluti di valutazione della persona riducono uomini e donne a risorse strumentali.

Corrado ha descritto il tempo presente con l’immagine del labirinto: un contesto complesso, nel quale chi si occupa di comunicazione è chiamato non solo a orientarsi, ma anche ad aiutare gli altri a trovare un filo. Da qui nasce una responsabilità che non riguarda unicamente il singolo giornalista, ma l’intera società.

La prima responsabilità è di carattere culturale e formativo: l’innovazione tecnologica non è neutrale, perché porta con sé presupposti antropologici, una visione del mondo, interessi economici e forme di potere. Per questo non basta acquisire competenze tecniche: occorre educare il giudizio, il criterio, il senso critico, imparando a valutare i fini che guidano le scelte tecnologiche e le ricadute sui più vulnerabili.

Accanto alla dimensione formativa, Corrado ha posto una responsabilità istituzionale e normativa. Le piattaforme e i sistemi digitali non possono essere lasciati alla sola autoregolazione del mercato o alla buona volontà dei progettisti. Servono trasparenza, rendiconto, partecipazione, corpi intermedi, organismi di controllo, norme capaci di evitare la concentrazione oligopolistica del potere algoritmico. La dignità della persona non può essere lasciata al caso ma va garantita da procedure, strumenti giuridici e scelte pubbliche che la pongano realmente al centro.

Queste due responsabilità, quella formativa e quella istituzionale, si possono ricondurre ad alcuni principi operativi. Il primo è il criterio delle finalità: ogni tecnologia va giudicata non solo per ciò che consente di fare, ma per il fine che serve. È buona nella misura in cui promuove il bene comune, la gratuità delle relazioni e la cura dei fragili; diventa invece ambigua quando è guidata solo dal profitto, dall’efficienza o da interessi di parte.

Il secondo criterio è quello della responsabilità condivisa: non basta che il singolo professionista risponda al proprio codice deontologico, perché l’impatto dell’intelligenza artificiale coinvolge progettisti, decisori politici, operatori, comunità e opinione pubblica.

Un terzo criterio riguarda la cura dei più fragili: ogni scelta tecnologica va misurata dall’impatto che ha sui soggetti vulnerabili, sulle persone marginali, sui cittadini esclusi dall’accesso pieno agli strumenti digitali. Ogni dispositivo algoritmico deve essere interrogato su quale mondo produce per chi ha meno voce.

Il quarto criterio è la trasparenza, strettamente legata alla verità. I sistemi che influenzano la vita sociale devono essere intelligibili, e l’informazione non può rinunciare alla verifica: “La verità incompleta”, ha ricordato richiamando la Sentenza decalogo della Cassazione del 1984, “deve essere pertanto e in tutto equiparata alla notizia falsa”.

L’etica della comunicazione, intesa non come vincolo normativo ma come mezzo per tutelare la dignità delle persone, è riconducibile a quattro verbi, contenuti sia nel messaggio per le comunicazioni sociali che nell’Enciclica di Papa Leone: conoscere, discernere, custodire e accompagnare. Conoscere significa studiare le tecnologie nei loro meccanismi e nei loro limiti antropologici. Discernere vuol dire interrogarsi prima dell’adozione degli strumenti, valutando l’impatto sulle persone. Custodire indica la protezione dei volti e delle voci, perché l’informazione non diventi “un atto predatorio”, ma un’esperienza di riconoscimento e reciprocità. Accompagnare, infine, significa aiutare le persone a comprendere la complessità della realtà, senza delegare alle macchine il compito di interpretare ciò che accade.

Solo così il giornalismo può recuperare la sua funzione pubblica e comunitaria, “non arma di manipolazione, ma luogo di incontro autentico e di riconoscimento reciproco”.

Michela Di Trani, presidente UCSI Puglia, ha sviluppato il tema “Custodire l’umano nel tempo dell’algoritmo”, ponendo Magnifica Humanitas al centro di una riflessione sulla differenza tra umano e artificiale. Il suo intervento ha preso le mosse dall’invito di Papa Leone XIV a recuperare il senso profondo della comunicazione come incontro, relazione e servizio alla verità e alla pace. In un tempo in cui la parola può essere manipolata, smontata e resa strumento di potere, il giornalismo è chiamato a scegliere una comunicazione che costruisce e non divide.

Di Trani ha chiarito che la questione dell’intelligenza artificiale non può essere affrontata né con paura né con entusiasmo ingenuo. L’IA può essere uno strumento prezioso, capace di amplificare possibilità, conoscenze e connessioni ma non è mai neutrale perché porta con sé una visione del mondo e dell’uomo.

Per questo la domanda decisiva è “quale visione dell’uomo custodire nel tempo dell’algoritmo?”. La risposta, nel solco dell’enciclica, non riguarda solo l’uso corretto di una tecnologia, ma il modo in cui la società decide di guardare alla persona, alla sua dignità e alla sua irriducibilità.

L’intelligenza artificiale può generare testi, immagini e narrazioni, può simulare emozioni, modulare toni, produrre risposte apparentemente empatiche, ma non può assumersi responsabilità, provare compassione, distinguere il bene dal male, ascoltare il dolore di una persona.

È qui, ha osservato, che si colloca la parte insostituibile dell’umano: la comunicazione non è semplice scambio di dati, ma incontro tra libertà, storie e coscienze. C’è il rischio di confondere la somiglianza con la soggettività. L’intelligenza artificiale può costruire specchi molto convincenti, ma non per questo diventa un interlocutore umano.

“Il rischio non è che le macchine diventino vive, il rischio è che noi dimentichiamo la differenza”. Da qui una delle immagini più efficaci del suo intervento: “uno specchio, per quanto perfetto, non diventa mai un volto”. La comunicazione autentica nasce quando ci si lascia toccare dall’altro, quando si riconosce che ogni volto è unico e ogni voce è irripetibile.

Un altro punto rilevante ha riguardato la trasformazione della relazione in prodotto. La compagnia artificiale, ha osservato, può essere progettata per non stancarsi, non contraddire, non deludere. Ma proprio per questo rischia di offrire una relazione senza reciprocità, senza verità, senza libertà. La comunicazione, invece, è sempre responsabilità, incontro, accettazione dell’altro nella sua alterità. Non può ridursi al consumo di simulazioni né alla ricerca di conferme rassicuranti.

L’intervento ha poi allargato lo sguardo alle conseguenze sociali, culturali e democratiche dell’intelligenza artificiale. Se una società arriva a confondere umano e artificiale, anche il diritto e la democrazia ne risentono. Il tema non riguarda soltanto le redazioni o gli strumenti professionali, ma la struttura stessa della convivenza. Custodire l’umano significa allora proteggere la dignità delle persone, impedire che qualcuno venga ridotto a dato o profilo, difendere la differenza tra ciò che sembra vivo e ciò che è realmente umano.

In questa cornice, il tema “Custodire voci e volti umani” assume un significato preciso per il giornalismo. Custodire vuol dire ascoltare prima di parlare, verificare prima di pubblicare, accompagnare prima di giudicare; significa farsi prossimità alle periferie, alle fragilità, alle storie che non fanno rumore. La figura biblica di Neemia, richiamata nell’enciclica, diventa immagine del mestiere giornalistico: ricostruire le mura di Gerusalemme non da soli, ma insieme, pietra dopo pietra, in un cantiere collettivo di verità, fiducia e speranza.

Il presidente nazionale UCSI, Vincenzo Varagona, ha raccolto il messaggio dell’Enciclica in un appello ai giornalisti: “non rinunciate a pensare”. L’intelligenza artificiale, ha riconosciuto, può essere un aiuto formidabile, perché mette a disposizione una quantità di conoscenze difficilmente contenibile nella mente di ciascuno. Il problema nasce però quando il giornalista, invece di usare lo strumento, si lascia sostituire da esso, rinunciando non solo al pensiero critico ma anche alla pratica viva del proprio mestiere.

Varagona ha ripreso in modo particolare l’invito di mons. Ambarus a “lasciarsi ferire dalle persone”, collegandolo alla necessità di tornare a un giornalismo di incontro. Ha raccontato alcune esperienze vissute nei giorni precedenti presso il monastero di San Leonardo al Palco e il borgo “Tutto è Vita”, legato ai Ricostruttori nella preghiera di padre Guidalberto Bormolini: storie di persone che hanno cambiato vita, di un manager informatico diventato panettiere, di un ex direttore di hospice che ha lasciato tutto per un cammino spirituale. Vicende, ha osservato, che nessun sistema di intelligenza artificiale può restituire se non vengono prima incontrate, ascoltate e raccolte da qualcuno.

Da qui la distinzione decisiva proposta dal presidente UCSI: l’intelligenza artificiale lavora su dati già depositati, sul passato, mentre il giornalismo autentico lavora sul presente, sul qui e ora, su ciò che accade e chiede di essere compreso. In questo senso, il giornalismo non può ridursi a una compilazione di materiali preesistenti, ma deve restare ricerca, presenza, ascolto, verifica, capacità di cogliere ciò che non è ancora stato codificato.

Varagona ha poi allargato la riflessione alla crisi della professione giornalistica, richiamando la fatica dei giovani, la precarietà delle collaborazioni, il rischio di un lavoro ridotto a produzione continua di contenuti senza tempo per l’approfondimento e per la vita personale. Per questo ha presentato alcune linee di impegno dell’UCSI: la Scuola di Assisi per giovani giornalisti, l’alleanza con il Constructive Network e con la Carta etica del giornalismo costruttivo, il rapporto con l’Ordine dei giornalisti e con le associazioni di categoria, la necessità di non rinchiudere l’UCSI in un ambito separato ma di renderla parte di un cammino comune.

In questa prospettiva si inserisce anche il progetto delle 5M, pensato come proposta formativa e culturale per rinnovare lo stile della professione, superando il solo schema tecnico delle 5W e rimettendo al centro diritti, linguaggi, responsabilità, relazione e senso dell’informazione. Varagona ha richiamato inoltre l’importanza di incontrare gli studenti nelle scuole e negli oratori, perché educare al valore dell’informazione significa anche contribuire alla crescita dell’opinione pubblica e, indirettamente, alla salute della democrazia.

Il suo intervento ha così riportato la riflessione sull’intelligenza artificiale alla concretezza del mestiere giornalistico: non paura della tecnologia, ma recupero del pensiero, dell’esperienza, della relazione e della formazione. Senza essere demonizzata, l’IA è ricondotta al suo posto: uno strumento utile, che non può sostituire la passione per la realtà, la fatica dell’incontro e la responsabilità di raccontare ciò che accade.

Nel corso del dibattito è intervenuto anche il giornalista Edmondo Soave, che ha offerto alcune considerazioni sul rapporto tra informazione e crisi della mediazione giornalistica. Il suo intervento ha richiamato, tra l’altro, il rischio che nella società digitale il potere si concentri sempre più in chi possiede e organizza i dati, mentre il giornalismo perde fiducia nel proprio compito di interpretazione e accompagnamento.

Le conclusioni dell’incontro sono state affidate a mons. Ciro Fanelli, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa e delegato della Conferenza episcopale di Basilicata per le comunicazioni sociali. Riprendendo il filo degli interventi, mons. Fanelli ha ricordato che “custodire volti e voci significa custodire il bene sommo dell’umanità”. Il pericolo, ha aggiunto, è quello di “disumanizzare l’umanità con un’anestesia culturale tale che nessuno se ne avveda”.

Proprio Magnifica Humanitas, secondo mons. Fanelli, offre un’organizzazione intellettuale alta a una questione che non può essere affrontata solo sul piano tecnico. L’intelligenza artificiale, proprio perché interroga la visione dell’uomo, può diventare occasione per recuperare una visione antropologica personalistica, per riscoprire la dignità del lavoro giornalistico e la missione di chi opera nella comunicazione sociale. La missione del giornalista può essere riassunta in tre verbi: interpretare, chiarificare, riannodare. Interpretare “è solo dell’uomo, nessun algoritmo può interpretare”. Chiarificare significa leggere la realtà alla luce della verità. Riannodare, infine, richiama il compito proprio della verità che “è sempre quello di unire, mai quello di dividere”.

Alla luce di Magnifica Humanitas, il giornalismo è chiamato a non smarrire ciò che ne fonda la dignità: l’incontro con le persone, la verifica dei fatti, la cura delle parole, la capacità di accompagnare la comprensione della realtà e di custodire quelle voci e quei volti che nessun algoritmo può sostituire.

Il servizio di TRM Network

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